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domenica 7 febbraio 2010

Le associazioni irrispettose

di giorgio casera


Si parla in questi giorni, tra l’altro, dei veleni che circolano nei corridoi vaticani in seguito al caso Boffo e dei suoi ultimi sviluppi (la velina che ha provocato le sue dimissioni da l’Avvenire sarebbe stata originata e fatta recapitare al Giornale di Feltri dall’interno della Curia Romana).
Il teologo Vito Mancuso nel commentare la vicenda, oltre ad affermare che per la storia della Chiesa si tratta di niente di nuovo sotto il sole e cita al proposito alcune istruttive vicende storiche, parla di (uomini di Chiesa) imbroglioni che sfruttano il nome di Gesù per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa sempre e comunque credere alla Chiesa. Secondo l’impostazione cattolico-romana venutasi a creare soprattutto a partire dal Concilio di Trento la mediazione della struttura ecclesiastica è il criterio decisivo per credere. Lo esemplificano al meglio queste parole di Ignazio de Loyola rivolte a chi “vuole essere un buon figlio della Chiesa”: “Per essere certi in tutto, dobbiamo tenere sempre questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica”.
Due anni fa ho avuto modo di vedere, al benemerito cineforum di Procultura, il film Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati. Il film narra dell’iniziazione alla mafia di un ragazzino palermitano (Luigi Lo Cascio), del suo arruolamento e carriera nell’organizzazione fino al suo pentimento.

Indimenticabile la scena in cui, durante l’iniziazione, il ragazzo si trova di giorno in campagna insieme al suo capomafia.
Ad un certo punto il boss gli prende il viso e lo rivolge verso il cielo.
Che cosa vedi? – chiede all’aspirante picciotto.
Il sole.
Non è il sole, è la luna! Dunque cosa vedi?
Il sole.
– risponde dopo un pò il ragazzo, un pò interdetto.
Il boss gli riprende il viso con le mani e lo rivolge al cielo.
Guarda bene! Che cosa vedi?
Pausa di riflessione, e poi la risposta:
La luna!
Bravo!
– dice ancora il capomafia – Hai capito?
Si.
– chiude il ragazzo – Dovevo vedere con gli occhi vostri!

4 commenti:

Solimano ha detto...

Giorgio, questo è un tipico carattere italico, che estenderei -fatte le debite differenze - oltre la Chiesa di Roma ed alla mafia.

Cooptazione vaticana, cooptazione gramsciana, cooptazione crociana in letteratura, longhiana nelle arti.
Ricordo la frase di Pajetta: "Fra la verità e la rivoluzione scelgo la rivoluzione" e mi diverto a misurarmi ogni giorno nel vasto e piccino mondo dei blog con cordate ed annusamenti di ogni tipo. L'assenza della cultura anglosassone, che è sperimentale, empirista e scettica si paga. "Se sei fuori stai punito", questo è il messaggio neppure tanto segreto.
Che fare? Piccoli gruppi di persone fasate, competenti e non velleitarie possono fare molto, più che cercar di smontare strutture sclerotiche, fatiscenti ma comunque imperforabili. Non essere da soli, tutto qui, altrimenti ci si ferma a una denuncia, al massimo ad una testimonianza. Si può, se si vuole veramente si può.

grazie Giorgio e saluti
Primo

alberto ha detto...

quello che mi colpisce di più
non sono le caratteristiche totalizzanti
di queste associazioni, poco rispettose dell'autonomia
di pensiero e d'azione dei propri aderenti,
quello che mi fa impazzire
è lo scarso senso di autostima, di rispetto di sé, di dignità
di chi si rassegna a veder lune a comando

Gauss ha detto...

Oggi la naja non c'è più, ma ai miei tempi, quando ero al corso allievi ufficiali, durante la lezione di Comando, dalla cattedra sentii affermare che il soldato deve obbedire, non pensare, che il buon soldato è quello che non pensa. Alla mia obiezione (sollevata in rigorosa osservanza del protocollo) che la libertà di pensiero è una prerogativa del cittadino, civile o militare che sia, mi fu risposto che il soldato può sì pensare, ma è bene per lui e per tutti che pensi quel che pensa il suo caporale. Il protocollo non ammetteva una seconda obiezione, ma poi il maggiore che teneva lezione mi prese da parte: “Veda, allievo, la costituzione l’ho letta anch’io, però lei deve immaginare di essere al comando di un plotone in una trincea, in un avamposto, e di dover mandare fuori tre uomini. Lei deve poter dire, tu e tu e tu, e quei tre devono scattare, guai se si mettono a pensare, penserebbero che non è il caso di rischiare, che è meglio temporeggiare finché fa buio, che ci vorrebbe una copertura d’artiglieria, e che comunque non toccherebbe a loro, uno perché tiene famiglia, l’altro perché è appena arrivato, il terzo perché la settimana seguente gli spetta una licenza e così, pensando e ragionando, l’avamposto se lo prende il nemico”.
Messa così, aveva ragione lui. In seguito, certo senza arrivare agli estremi di cieca fiducia pretesi dalla Chiesa e della mafia, ho avuto modo di convincermi che non c’è organismo strutturato che non si regga su una forte adesione non solo alle direttive, ma anche proprio al modo di pensare del vertice. Difficile equilibrio, quello fra gerarchia e anarchia.

Gauss

Solimano ha detto...

Gauss, anch'io ho fatto il corso AUC a quel tempo, quando si passò (in teoria), dall'"obbedienza pronta rispettosa assoluta" all'"obbedienza pronta rispettosa leale".
Magari il problema fosse quello gerarchico! Perché è un problema, certo che sì, ma reale, l'autorità e l'autorevolezza servono altrimenti le cose non si fanno. Il punto è la melassa, il budino, il non ti muovere, il fai finta di muoverti, il corri sul posto, il prossenitismo e il lecchinaggio elevato a sistema. Ce la si prende con chi fa, non ce la si prende con chi non fa. Non è colpa di quattro prepotenti, ma la colpa è generale: mancanza di obiettivi, di progetti, di capacità di lavoro comune, di continuità, di fiato lungo, di provando e riprovando.
Che fare? Fare, rompendo le scatole ma creando le condizioni per romperle veramente. A mio avviso si può se veramente si vuole. Ma lo si vuole o si preferisce solo lamentarsi a gratis? Questa è la vera domanda, perché, se è così, molto meglio le parole crociate, potendo scegliere fra quelle facilitate e quelle senza schema (il Bartezzaghi, per capirsi). Anche qualche sciarada, perché no.

grazie e saluti
Primo
P.S. Per tompere le scatole, avere un carattere naturalmente portato a romperle è un utile prerequisito.