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sabato 23 ottobre 2010

Con Novaluna ad Alzano Lombardo

Gauss

Quanti paesi, villaggi, città abbiamo lambito o attraversato senza chiederci se meritassero una sosta, senza pensare a quel che di prezioso potessero esibire e talvolta nascondere? Molto tempo fa, quando imboccavo la Val Seriana in direzione di Clusone e della Presolana, devo essere
passato più volte per Alzano Lombardo, sempre nella più serena ignoranza che lì, proprio in quella sconosciuta località della bergamasca, c’era un tesoro da scoprire.
Lode e riconoscenza a Novaluna se, meglio tardi che mai, abbiamo potuto sapere, vedere e ammirare (l’elogio va rivolto principalmente a Giorgio Crippa e a Edoardo Marino che dell’escursione ad Alzano sono stati gli ispiratori e gli organizzatori).

Alzano Lombardo deve il suo nome ad un podere assegnato in epoca romana alla Gens Alicia. E’ un borgo di gente operosa che fin dal cinquecento, sotto il governo della Serenissima, ha conosciuto periodi di grande prosperità derivante dallo sviluppo di attività artigianali e commerciali connesse soprattutto alla lavorazione della lana, cui si aggiunsero nel settecento quella della fabbricazione della carta (le Cartiere Pigna) e nell'ottocento quella della produzione di cemento (la prima fabbrica dell’Italcementi in Italia).

E’ proprio lì, alla vecchia Italcementi, che ci siamo dati appuntamento, non al cementificio che, ormai del tutto dismesso e abbandonato, si presenta come un grigio imponente rudere industriale, ma all’edificio che lo fronteggia, originariamente destinato alla progettazione e alla costruzione del macchinario per cementifici di cui l’Italcementi era un produttore d’avanguardia. Dopo lunghe peripezie per raggiungerla (il Comune di Alzano non la degna di segnalazioni stradali, forse per non deviare il forestiero da altre illustri e meno controverse mete cittadine), abbiamo parcheggiato al piede di una struttura dall’aspetto nobile e austero, perfettamente e sapientemente restaurata.
Al suo interno, le sue più che centenarie mura ospitano l’ALT (Arte Lavoro Territorio), una mostra di circa 250 opere di proprietà di Tullio Leggeri, collezionista d’arte contemporanea e mecenate di artisti contemporanei oltre che importante imprenditore nel settore delle costruzioni e di Elena Matous Radici, la vedova di Fausto Radici, il compianto campione della valanga azzurra di sci, oltre che giovane rampollo di una dinastia industriale, amico di Leggeri e come lui collezionista d’arte d’avanguardia.
Le opere, foto, dipinti, installazioni, sculture, video, animazioni, sonorità, oggetti decontestualizzati, molti di ragguardevoli dimensioni, sono collocati in uno spazio suggestivo, marcato da poderosi pilastri reggenti ampie volte a botte, qua e là bucate da oblò-lucernari che assicurano all’ambiente una luce soffusa ed omogenea, di cui sempre dovrebbero giovarsi le pinacoteche e i musei (la tenebra perforata dai fasci di luce dei faretti si addice all’esibizione del trapezista nel circo, o del prestigiatore sul palco, non all’esposizione e alla comprensione dell’opera d’arte).
Abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di essere accompagnati nel lungo itinerario attraverso questa vasta rassegna espressiva dell’arte del nostro tempo dallo stesso conservatore dell’ALT, una guida colta e riflessiva, libera da quegli atteggiamenti declamatori cui talvolta indulgono le guide dei musei fino ad assomigliare agli imbonitori del mercato del giovedì. Ha assolto al non facile compito di introdurci con essenziali riferimenti storici e misurati commenti critici alla conoscenza di un’arte fortemente concettuale, allusiva e provocatoria, volutamente scandalosa, più scostante che accattivante, talvolta inquietante e addirittura irritante. Del resto, oggi si ritiene che sia proprio questa la missione dell’artista, spiazzare, demolire le consuetudini, violare i tabù, proporre nuove e originali visioni del mondo, suscitare perplessità e accendere controversie, ci penserà poi il tempo a separare il grano dal loglio.
La mia opera preferita? Una estroflessione di Piero Manzoni, un gioco d’ombra e di luce ottenuto con un lino pieghettato e irrigidito col caolino, un non-dipinto di pura e serena eleganza (mi pento di non averlo fotografato).

Al termine di una visita così impegnativa e coinvolgente ci aspettava, e anche ci spettava, il conforto di una pausa conviviale, che abbiamo lasciato scorrere alla Taverna San Martino, tra muri in pietra levigata del fiume Serio risalenti al ‘500, in vociante conversazione e vorace consumazione del tris di primi e della tagliata di manzo contornata dalle patate al forno, degno preludio al tripudio barocco della Basilica di San Martino, la nostra meta pomeridiana.

Vista da fuori, ha l’aspetto di una bella costruzione del ‘600, di quando le facciate delle chiese reggevano e vincevano il confronto, per imponenza e decoro, con quelle delle residenze dei principi. Tanto potevano osare le Fabbricerie ecclesiastiche perché disponevano di ingenti apporti di capitali, che nel caso della basilica di Alzano provenivano da una eredità di 70.000 scudi (equivalenti a 45 miliardi pre-euro) legata dal ricco mercante alzanese Nicolò Valle al rifacimento in versione monumentale della preesistente chiesa del ‘400.
Non si può negare che gli eredi suoi concittadini ne abbiano fatto buon uso.

E’ soprattutto all’interno che la chiesa trionfa nella sua stupefacente fastosità. Chi andasse in cerca di una dimostrazione sintetica, di un compendio delle connotazioni che definiscono lo stile barocco si soffermi davanti al pulpito settecentesco che domina al centro della navata principale (progetto di Giovan Battista Caniana, sculture di Andrea Fantoni, intarsi di Gian Giacomo Manni). Non manca nulla, e tutto è proposto ad altissimo livello di esecuzione, l’andamento sinuoso, l’orrore delle linee rette e il rifiuto delle forme geometriche, l’estro, la complessità della composizione, la bizzarria, il capriccio, la drammaticità, il gioco delle apparenze, il grottesco, l’esuberanza decorativa, il culto della retorica, la teatralità, gli “effetti speciali”, come si direbbe oggi. E, sopra tutto, c’è la straordinaria maestria della fattura. Nel suo bell’accento bergamasco, la nostra simpatica guida si è scusata in anticipo del tono catechistico con cui avrebbe illustrato questo capolavoro: “Non posso fare altrimenti, il Barocco è arte che parla e che educa, ogni particolare è un brano di un racconto che ricorda le scritture e ammonisce a seguirne l’insegnamento, una narrazione comprensibile e ammaliante sia per i dotti che per gli analfabeti”.






















Al centro dell’universo non c’è più l’uomo della Rinascenza, gli uomini della Controriforma sono i quattro telamoni del pulpito (Le quattro età dell'uomo), nobili figure relegate a un ruolo servile. Invece di stare sul piedistallo, sono le loro schiene piegate e le loro membra contratte a far da piedistallo alla coppa della Sapienza che la predicazione somministra ai fedeli. La gloria del protagonista spetta alla sommità del pulpito, dove la parola divina sembra esplodere fuori dal capocielo in uno sfolgorio di azzurro e oro. Il nesso fra Barocco e Controriforma viene oggi ritenuto meno stretto che in passato, ma non c'è dubbio che questo pulpito è un meraviglioso strumento di persuasione ideologica al servizio di quella “rivoluzione culturale” che fu la Controriforma cattolica.

La planimetria della basilica presenta otto cappelle laterali dedicate a uno o più santi di diffusa venerazione popolare. La nostra guida ha opportunamente fermato l'attenzione sulla più importante e significativa, la Cappella del Rosario arricchita da uno splendido paliotto d’altare con la Natività della Vergine, opera di Andrea Fantoni.
Alle pareti un ciclo pittorico a soggetto biblico composto da tele di enormi dimensioni (la cappella è alta ventisei metri) fra le quali un olimpico Giacobbe che incontra Lia e Rachele di Andrea Appiani e una commovente Agar del Piccio.

Le meraviglie non sono finite, anzi. La Basilica di San Martino è impreziosita da tre annesse sacrestie, anch’esse secentesche, costruite come locali rispettivamente di preparazione del clero alle funzioni ecclesiali, di preghiera e di riunione. Vi sono raccolti i più stupendi capolavori di ebanisteria che sia dato vedere, dovuti alla maestria di due famiglie di intarsiatori e di intagliatori della bergamasca, i Fantoni di Rovetta e i Caniana di Romano Lombardo.

La prima sacrestia è riccamente arredata con mobili in legno di noce che imitano la facciata di una Chiesa. Sui contrapposti armadi centrali, nelle cui inaspettate profondità sono custoditi i paramenti e gli arredi del culto, sono collocate le statue lignee con San Martino e San Pietro, mentre su quelli laterali sono rappresentati i Dottori della Chiesa Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gregorio Magno e San Gerolamo. Bellissima e inquietante la scultura barocca della Morte trionfatrice sui poteri del mondo (Papato, Impero e Sinagoga).


Sopra la porta d’ingresso è posto un busto raffigurante Nicolò Valle, che come benefattore si deve contentare dell’onore della sacrestia, quello della chiesa essendo concesso solo ai santi.

La seconda sacrestia, cui erano ammessi esclusivamente i sacerdoti per celebrare i riti preparatori alla liturgia, è di stupefacente complessità decorativa. I banconi appoggiati alle sue quattro pareti sono sormontati da un Martirium elogium, una elaboratissima cimasa lignea con 32 gruppi scultorei a tutto tondo raffiguranti i santi martiri della fede. Sono miniature di personaggi che raccontano con straordinaria potenza espressiva la leggenda per la quale sono ricordati e venerati.

C’è San Bartolomeo che ostenta la sua pelle, San Giovanni Decollato che tiene in mano la sua stessa testa, San Pietro da Verona con la roncola conficcata in cranio, San Giovanni da Nepomuk (o Nepomuceno, ad Alzano familiarmente detto “Né più né meno”) che viene scaraventato giù da un ponte nella Moldava, e così via.

La terza sacrestia, sede delle adunanze della Collegiata sacerdotale locale, è arredata da un coro di stalli lignei ad opera dei Caniana. Qui le decorazioni sono di intonazione laica, soggetti naturalistici, motivi vegetali intrecciati, frutta e verzure, giochi di fanciulli, paesaggi idilliaci.

Ai lati della porta d’ingresso due stanzini foderati di pregiata boiserie e chiusi da pesanti porte di noce erano adibiti a confessionale. La perfetta insonorizzazione consentiva ai confessori di parlare ad alta voce senza essere uditi all'esterno e poter così assolvere dai peccati anche i penitenti di debole udito.
Gauss
N.B. Cliccare sulle foto per ingrandirle.

2 commenti:

alberto ha detto...

grazie a Gauss per il resoconto puntuale ed esauriente.
Ci è piaciuta, la gita ad Alzano,
anche per noi è stata una vera scoperta.
Avevamo sentito parlare del museo ALT,
del restauro del cementificio Pesenti,
condotto con scrupoli che ci erano parsi perfino eccessivi
per un edificio industriale di quella natura.
invece devo ammettere di aver cambiato opinione
dopo l'osservazione diretta.
Bello il restauro, di grande interesse le opere, eccellente l'accompagnatore, il conservatore del museo in persona.

Delle Sacrestie avevamo sentito parlare, ma confesso che non ci aspettavamo la qualità altissima di quel che abbiamo visto, la straordinaria bellezza della chiesa
- il barocco è spesso poco apprezzato -
delle sacrestie e delle opere d'arte che contengono.

una lamentela? eccola: malgrado i ripetuti inviti
nessuno dei partecipanti ci ha mandato
le foto della giornata per la pubblicazione nel sito

il Dr. Fulvio Oriani ha detto...

Una bella rievocazione di una bellissima gita culturale ad Alzano Lombardo.

Sono però sfuggiti, alla penna felice del cronista, la citazione delle tante filande di seta facenti parte del tessuto produttivo dell’epoca, e anche sino agli anni ’50, e la presenza nel Museo di due dipinti degni di stare in mostra nel più prestigioso dei musei: il Martirio di San Pietro da Verona di Palma il Vecchio e il San Cristoforo del Tintoretto, entrambi splendidi nei colori, nel loro attuale stato dopo il recente restauro.

Ancora grazie per l’invito.

Cordiali saluti.

Dr. Fulvio Oriani