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domenica 17 ottobre 2010

I Monti e Tognetti di una via di Monza

di Dario Chiarino

La via Monti e Tognetti con il suo ex casello daziario è una delle vecchie vie del quartiere di San Biagio, ma quanti monzesi sanno chi erano Monti e Tognetti?
Il 22 ottobre 1867, due barili di polvere da sparo nelle fogne della caserma Serristori, presso il Vaticano, esplodevano uccidendo ventitre zuavi francesi e quattro popolani romani.
Monti e Tognetti furono giudicati responsabili di quello che voleva essere un atto insurrezionale in una Roma in stato di guerra per la minaccia incombente di una spedizione militare di volontari guidata da Garibaldi.
Furono condannati a morte e ghigliottinati.
Qualche anno fa nacque sul Corriere della Sera una polemica su tale avvenimento
Il ben noto scrittore cattolico Vittorio Messeri giudicò - in polemica con Indro Montanelli per quanto apparso in una "stanza" sul Corsera - giuste e legittime la sentenza di condanna a morte e la conseguente decapitazione dei due attentatori, sostenendo che:

"Malgrado nessun giurista, in tutta Europa,avesse alcunché da obiettare, viste anche le leggi di guerra, Pio IX era propenso a concedere la grazia. Ne fu impedito dalla dura protesta dei francesi e dei congiunti delle innocenti vittime romane. Niente di questo sta nella dimenticata, ma a lungo popolarissima, ode di Carducci per i martiri Monti e Tognetti. Poiché questi sono i fatti, sorprende di vedere pubblicata sul Corriere una lettera ove tal Donato Mutarelli parla di Monti e Tognetti come di misere e incolpevoli vittime di un uso efferato della ghigliottina, di ragazzi di vent'anni sacrificati dalla mostruosa ragion di stato vaticana. Sembra proprio che quando si tratta del beato Pio IX, la verità sia un fastidioso accessorio, ciò che importa essendo lo schema ideologico."




Questa è stata la risposta di Montanelli:

"I fatti sul piano storico sono questi, anche se mi permetto di avanzare qualche riserva sulla quiescenza dei condannati alla sentenza di morte, nota essendo e collaudata nei secoli la spicciavità con cui la giustizia e la polizia papaline strappavano ai morituri il ripudio di ciò che avevano detto o fatto.
Due obiezioni ho però da muovere al sig. Messori. La prima è il suo linguaggio arrogante e altezzoso. La seconda è la corrività con cui si sottrae alla notazione di un piccolo particolare. È verissimo infatti che qualsiasi stato di guerra, dopo un attentato dei giovanissimi Monti e Tognetti, si sarebbe comportato allo stesso modo. Ma il fatto è che quello del Papa non era un «qualsiasi stato».
Era lo Stato di una Chiesa secondo la quale la vita è un dono di Dio, che solo Dio ha il potere di concedere e di togliere. È su questo principio che si basa - e si giustifica - la grande protesta esplosa fra ieri e oggi, contro l'esecuzione del povero Rocco Bernabei. (*)
E quindi questo non mi sembra il momento più adatto per rivangare certi precedenti del potere papalino dai cui impegni temporali i cattolici italiani dovrebbero essere - come molti di loro sono - grati allo Stato di averli liberati. Si, «liberati». Chi scrive è un laico che non ha mai fatto professione di anticlericalismo. Vorremmo che la Chiesa ci aiutasse a non far rinascere questa mala pianta che per un secolo e mezzo ha avvelenato e reso monca la vita di questo povero Paese. Purtroppo alcuni segni ci inducono a dubitare che questa sia la strada ch'essa intenda battere"


Sono andato a ripescare la "dimenticata ma a lungo popolarissima" ode carducciana ricordata dal Messori e per chi volesse conoscerla ne trascrivo la prima parte (che basta e avanza...).

Torpido fra la nebbia ed increscioso/ Esce su Roma il giorno: / Fiochi i suon de la vita, un pauroso / Silenzio è d'ogn'intorno.
Novembre sta del Vatican su gli orti/ Come di piombo un velo: / Senza canti gli augei da' tronchi morti / Fuggon pe 'l morto cielo.
Fioccano d'un cader lento le fronde/ Gialle, cineree, bianche; / E sotto il fioccar tristo che le asconde/ Paion di vita stanche
Fin quelle, che d'etadi e genti sparte/ Mirâr tanta ruina/ In calma gioventú, forme de l'arte/ Argolica e latina.
Il gran prete quel dí svegliossi allegro,/ Guardò pe' vaticani / vetri dorati il cielo umido e negro, / E si fregò le mani.
Natura par che di deforme orrore / Tremi innanzi a la morte: / Ei sente de le piume anco il tepore / E dice - Ecco, io son forte.
Antecessor mio santo, anni parecchi/ Corser da la tua gesta: / A te, Piero, bastarono gli orecchi; / Io taglierò la testa.
A questa volta son con noi le squadre, / Né Gesú ci scompiglia: / Egli è in collegio al Sacro Cuore, e il padre / Curci lo tiene in briglia.
Un forte vecchio io son; l'ardor de i belli / Anni in cuor mi ritrovo: / La scure che aprí 'l cielo al Locatelli / Arrotatela a novo.
Sottil, lucida, acuta, in alto splenda/ Ella come un'idea: / Bello il patibol sia: l'oro si spenda/ Che mandò il Menabrea.
I francesi, posato il Maometto/ Del Voltèr da l'un canto, / Diano una man, per compiere il gibetto, / Al tribunal mio santo.
Si esponga il sacramento a San Niccola/ Con le indulgenze usate, / Ed in faccia a l'Italia mia figliuola / Due teste insanguinate -.
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(*) - Rocco è stato un cittadino statunitense di origini italiane, condannato alla pene di morte per omicidio. Il suo caso ha suscitato, nei giorni della polemica Messori - Montanelli vivaci reazioni in ordine alla dubitata certezza della sua colpevolezza.

1 commento:

alberto ha detto...

meno male che non c'è pena di morte per l'ignoranza,
ho perfino una zia e dei cugini in via Monti e Tognetti...
oltretutto a occhio e croce i nomi suonano locali,
li supponevo monzesi, e assai più vicini nel tempo...