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mercoledì 9 febbraio 2011

GIOVANNI RAJBERTI
a centocinquant'anni dalla sua morte

di Dario


Giovanni Rajberti fu un medico nato a Milano nel 1805 e trapiantato a Monza dove morì centocinquant'anni fa, esattamente nell'anno della nascita dell'unità d'Italia. A lui è dedicata la via di Monza che da Via Lecco mena in Via Canova.

All'attività professionale il Rajberti unì una feconda attività letteraria che lo portò a frequentare diversi salotti della Milano dell'epoca fra i quali quello di casa Manzoni ciò che gli consentì di fare conoscenza e amicizia con diversi personaggi da Liszt a Rossini, da Balzac a Carlo Cattaneo.
Dotato di uno spiccato senso umoristico fu autore delle traslazioni in meneghino di alcune satire di Orazio e usò il dialetto milanese per le sue poesie che talvolta gli procurarono fastidi da parte della polizia.
Sembra che il tenore di certi suoi scritti fossero stati la causa del suo sofferto trasferimento dall'Ospedale Maggiore di Milano all'Ospedale Civico di Monza nel 1842.
Il suo animo irredentista esplose in occasione delle cinque giornate di Milano quando egli indirizzò ai milanesi una poesia che rappresentò una vera e propria invettiva nei confronti del governo asburgico.
A Monza il Rajberti scrisse le sue tre opere più importanti: Sul gatto con il sottotitolo Cenni fisiologico-morali (1845), L'arte di convitare (1851) e Il viaggio di un ignorante, ossia Ricetta per gli ipocondriaci (1857).
Io desidero soffermarmi soprattutto sull'opera che riguarda il gatto che io non esito a definire notevole non solo per l'abilità dell'autore nella descrizione minuziosa della fisiologia e del carattere dell'animale, ma anche per l'arguzia con cui il Rajberti, ogni qual volta si presenti l'occasione, esprime un commento morale, rilevando somiglianze o diversità tra l'oggetto scrutato e il mondo umano.

Un esempio dell'osservazione minuziosa della fisiologia si ha nella descrizione del gatto impegnato nella consumazione del suo pasto: "Quasi tutti gli altri possono mangiare con qualche disattenzione; ma egli, per la speciale conformazione della cavità orale, quando mangia ha necessariamente l'anima tutta intesa a quell'affare: essendoché nel moto alterno della masticazione, ad ogni aprir la mascella il cibo cadrebbe fuori, se di volta in volta non lo rattenesse con quei colpi misurati della testa che egli agita dal basso in alto."

Bello anche il capitolo dal titolo "Pericolo che corre sui tetti e sue cadute" che ricordo di aver letto da ragazzo su qualche antologia: "O no, non tremate mai per il gatto, poiché egli sa sempre quello che si fa, o sia che si aggiri tra i labirinti di un gran mucchio di legne o di vecchie masserizie accatastate sul solaio, o sia che passeggi filosoficamente sulle macerie o i rottami di un edificio smantellato, come già Caio Mario in Cartagine. Insomma non vi è piano ineguale rotto, fallace che lo riduca a periglio, perché egli gran maestro di cautele e di prudenza, va con piè leggero e sospeso, e se quella zampa esploratrice non sente sotto la dovuta resistenza, ei la ritira prima di affidarle il peso del corpo. Così noi uomini imparassimo da lui a non far passi falsi nel cammino della vita: quanti errori e pentimenti di meno!"

Il confronto che il Rajberti fa con il cane lo porta a conclusioni poco esaltanti nei confronti del gatto: "In casa il cane è tutto: custode, difensore, servitore, amico,: riceve cordialmente i famigliari, abbaia ai forestieri e ai pezzenti, s'affligge e perde l'appetito nelle assenze del padrone: alla di lui morte poco manca ch'ei non muoia di dolore (proprio quando gli eredi inconsolabili cominciano a rivivere la felicità), insomma è il vero disperato per eccesso di buon cuore. Ma il gatto oibò! egli non farebbe un passo fuori dalla porta per vedere passare un re o un papa, nè darebbe la coda di un sorcio per realizzare la repubblica di Platone. Se nella sua stessa contrada si facesse una guerra di sterminio, egli non si incomoderebbe neppure a sporgere il muso dal margine del tetto per vedere cosa succede. Se la famiglia cui appartiene muore tutta di contagio, egli non dormirà per questo un minuto di meno e se abbrucia la casa egli si ritirerà in quella che vien dopo a godere lo spettacolo da un abbaino. Oh che anima imperturbabile, oh che sistema ambulante di filosofia! Qual cosa di meglio insegnarono gli stoici che forse attinsero allo studio del gatto i migliori precetti della loro scuola? Io, che quando mi lascio tentare ad aprire alcun libro filosofico, di solito grido dopo due pagine «oh che bestia di filosofo!», ogni qual volta che penso alla virtù del gatto, esclamo «oh che filosofo di bestia!»
Dirà taluno che questa è filosofia d'indifferenza e d'egoismo. Ma cesserà forse perciò d'essere una filosofia, e molto diffusa e messa in credito?

Ed ecco la morale con cui i Rajberti chiude Sul gatto:
"Oh voi, che in amore, in amicizia, in letteratura, in morale, in qualunque umana cosa sapete variare a tempo e misura, notate bene queste parole, che voglio ripetervi in latino, perché vi servano da testo autorevole nei tanti bisogni di usarne. La fermezza e l'immobilità sono virtù delle montagne e l'ostinazione è il peggior vizio degli sciocchi, ma la brava gente è mutabile: Sapientis est mutare consilium. Replico dunque che oggi sono nella persuasione fermissima, inespugnabile, eterna che a noi convenga essere gatti: salvo decidere alla prima occasione se non torni meglio essere camaleonte o pappagallo, asino o bue, specialmente quando si tratti di bue grasso o di asino d'oro."

P.S.: Le fografie della gatta sono una gentile concessione del mio nipotino, padrone e...schiavo di Birba.



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