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mercoledì 13 novembre 2013

Bastian contrario

di Gauss

Da sinistra, Gherardo Colombo, la presidente di Novaluna
Annalisa Bemporad e Gustavo Zagrebelski
Anni fa, da un viaggio di lavoro (credo in India, allora ero sempre in giro) ho portato in regalo a mia moglie un bel braccialetto d’argento tempestato di pietre scure. E’ un cerchietto a forma di serpente con la testa che tenta di morsicare l’estremità della sua stessa coda. Non sapevo che si chiamasse uroboro (parola di radice greca, letteralmente “che morde la coda”) né che fosse una antichissima figura mirante a significare il mito dell’eterno ritorno, l’unione della fine con l’inizio. L’ho saputo solo venerdì scorso da Gustavo Zagrebelski durante l’interessante e affollata serata di Novaluna che l’ha invitato, insieme a Gherardo Colombo, a dibattere il tema “Quale democrazia per l’Italia?”

L'uroboro indiano
Zagrebelski ricorre all’immagine dell’uroboro per dare un’idea plastica della “finanziarizzazione” dell’economia e della politica in cui vede una delle più pericolose minacce alla democrazia. Il denaro – dice Zagrebeslki – non è più destinato come in passato a procurare altre cose, costruire chiese e palazzi, nutrire popolazioni, armare eserciti e fare guerre, cose utili o dannose, ma comunque cose diverse dal denaro. Oggi il denaro serve a fare denaro. Lungi dall’essere uno strumento al servizio del sovrano (il fallimento degli Stati è una novità del nostro tempo) si è messo al servizio di se stesso e con ciò si è seduto sul trono al posto del popolo sovrano (“pecunia regina mundi”). Un detto tramandato dalla saggezza popolare ammonisce che i soldi sono lo sterco del demonio. Nell’uroboro il serpente, personificazione edenica del demonio, avvicina la bocca alla coda per nutrirsi dei suoi propri escrementi, con ciò producendone di nuovi in un processo senza inizio e senza fine. E proprio come l’uroboro, anche la finanza è un mostro che divora denaro per produrre denaro. L’avessi saputo prima di quel viaggio, l’uroboro di mia moglie sarebbe rimasto al suo posto nella gioielleria indiana, mica è roba da farne dono alle signore.

 Michelangelo, Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre, Roma (Cappella Sistina)
Salto di palo in frasca – un esercizio in cui per la verità si sono cimentati con successo anche i nostri oratori – per  commentare da bastian contrario un paio di altri passaggi della memorabile conferenza di Novaluna.
Sia Zagrebelski che Colombo segnalano con forza che la democrazia non è il “bengodi”, è un sistema complicato che chiede attenzione e coinvolgimento perché nel concetto di “res publica” è contenuto sì il senso della comproprietà, della condivisione dei pubblici beni, ma insieme anche quello della ripartizione del peso del potere su tante spalle: «Governare – dice Zagrebelski – non è una festa».  

Tiziano, Sisifo, Madrid (Museo del Prado)
Colombo si spinge a sostenere che la libertà è perfino dannosa, se non è assistita dall’impegno che occorre per gestirla, tanto varrebbe tornare alla società gerarchica e piramidale dei tempi andati, che si reggeva sull’obbedienza, mentre la democrazia necessita di molto di più. Perché funzioni ognuno deve dare il suo contributo di conoscenza e responsabilità, deve battersi di persona per ciò che gli preme, non fidarsi di altri né affidarsi ad altri. Il pubblico in sala, me compreso, ascolta in silenzio, come avvinto in un esame di coscienza collettivo («E io, lo faccio il mio democratico dovere? »). Arriva però a scuotermi un'affermazione: “la democrazia è incompatibile con la delega”. Questo no, proprio non ci sto. Sarà incompatibile con la democrazia diretta, quella che piace ai grillini che straparlano di mandato imperativo, che si illudono di controllare tutto col web, sarà forse incompatibile con la democrazia referendaria di Pannella, che chiamerebbe il popolo a consulto anche per il prezzo del biglietto del tram, non certo con la “vecchia” democrazia parlamentare e rappresentativa che piace a me (piaceva anche ai padri costituenti), quella fondata sulla delega di rappresentanza che da elettore affido al mio rappresentante eletto senza pretendere di pilotarlo a distanza (lo so che il porcellum l’ha stravolta, ma non è certo colpa della delega).
La prima seduta dell'Assemblea costituente
Arriva il momento di raccogliere domande dal pubblico e un malcapitato spettatore, in una sincera e, col senno di poi, improvvida manifestazione di stima e di fiducia, chiede sia a Colombo che a Zagrebelski: «Perché non trasformate Libertà e Giustizia, il vostro “pensatoio” politico, in un partito politico? Avremmo finalmente persone degne e capaci da eleggere». La risposta di Zagrebelski  è garbatamente ironica: «Lei è già iscritto a Libertà e Giustizia? No? Si iscriva, così potrà contribuire direttamente a quel miglioramento della politica italiana che si aspetta da noi». A rincarare la dose provvede Colombo. Non si può sempre assistere, bisogna entrare in campo, schierarsi e partecipare. Riaffiorano le esperienze del magistrato che ha portato alla luce i più gravi misfatti dell’Italia repubblicana, Sindona e l’assassinio di Ambrosoli, la P2, Tangentopoli. Ne parla con amarezza, perché tutto è scivolato via, nessuno ne parla più, come se non fosse successo nulla. Una nebbia omertosa, un’ignoranza colpevole. Colpa di chi? Di tutti, la chiamata in correità non risparmia nessuno. Rivela quella che considera la ragione vera dell’esaurimento dell’inchiesta Mani pulite e dello scioglimento del pool di magistrati che l'aveva condotta: «Finché mettevamo dentro i politici importanti, le alte sfere dell’Amministrazione e i grandi industriali la gente si indignava e ci osannava. Poi abbiamo dovuto occuparci del piccolo cabotaggio, ci sono finiti fra le mani il macellaio che con un quarto di bue eludeva i controlli della vigilanza, il finanziere che prendeva la mazzetta, il medico compiacente che esentava dal servizio militare il rampollo di una famiglia facoltosa, ecc. La gente ha capito che, uno dopo l’altro, sarebbe arrivato il turno di tutti. E il favore popolare si è rivoltato in avversione». Una spiegazione plausibile, confermata anche dal perdurante successo elettorale del partito del lassismo fiscale e penale. E tuttavia si affaccia una domanda, che rimane senza risposta: «Ma il magistrato, il pubblico ministero in particolare, non è “soggetto alla legge e solo alla legge”? O dobbiamo pensare che è “soggetto solo alla legge che non urta il favore popolare, che oltretutto mica è facile da trovare”?»

Gauss