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martedì 12 febbraio 2013

Londra e la signora Thatcher

di giorgio casera

La visita a Monza di Antonio Caprarica su invito di Novaluna per la presentazione del suo ultimo libro (Ci vorrebbe una Thatcher, sottinteso per l’Italia) mi ha ricordato una lontana esperienza.

Nel 1978 ero stato spedito dalla mia azienda a Londra per partecipare ad un progetto internazionale. Poiché la durata del progetto era di sei mesi avevo il diritto di portare con me la famiglia, cosa che feci senz’altro: sarebbe stata un’esperienza irripetibile. D’altronde i benefits applicabili in quella circostanza prevedevano il rimborso dell’affitto di una abitazione adeguata e del noleggio di un’auto.
Ealing
Presi dunque casa (il pianterreno di una bella villetta, con annesso giardino (curato e bellissimo), ad Ealing, quartiere della parte occidentale di Londra, non lontano da Greenford (a NO del centro), dove aveva sede il progetto. Potemmo così vivere, nel migliore periodo per Londra, da aprile a settembre, “immersi” nella società inglese (di fronte a casa c’era un campo di cricket, più inglese di così!). Vicini di casa e negozianti simpatici e cordiali (e non era raro incontrare qualche inglese che parlava un buon italiano). E poi, era eccitante vivere nella nazione di chi aveva rivoluzionato la musica leggera o la moda. Fummo subito colpiti da novità come le rotonde (round about) o i distributori di carburante automatici, in Italia ancora da venire.

L’ambiente di lavoro, formato da colleghi provenienti da tutta Europa, naturalmente con forte presenza di britannici, era molto stimolante, l’assistenza logistica agli europei del Continente molto curata.
Kensington e Hyde Park
Rientrati in Italia abbiamo ricordato a lungo le magnifiche domeniche trascorse nei parchi di Londra interrotte dalle visite ai bellissimi musei della città o ai mercatini di Charing Cross o lungo la Bayswater Road o al grande giardino zoologico (i miei figli avevano allora 5 e 3 anni). Ci pensavo anche mentre parlava Caprarica in libreria, con una punta di nostalgia.
National Gallery
Il periodo di grazia che stavamo vivendo non ci aveva impedito di notare certe situazioni, certi contrasti. L’Inghilterra non se la passava troppo bene. I miei colleghi inglesi erano i più “poveri” d’Europa: lo si notava dallo stile di vita, molto sobrio, dall’abbigliamento e… dall’attenzione alle spese (e non erano tutti scozzesi!). Il dott. Abelson, a cui mi ero rivolto per l’assistenza medica familiare, mi aveva parlato amaramente della crisi del Servizio Sanitario Nazionale (per quanto quando ne ebbi bisogno lo trovai inappuntabile!). La filiale inglese della multinazionale (una delle quattro “major” in Europa, le altre erano Germania, Francia ed Italia) arrancava di fronte ad una crisi economica generale e alla concorrenza di una società nazionale. Tant’é che per ospitare il progetto era stata presa in affitto una vecchia caserma dei pompieri, con ambienti molto spartani. Inoltre nei nostri viaggi domenicali da Ealing al centro di Londra, non potevamo fare a meno di notare qua e là zone sottoposte a degrado, sia pure ancora con segni di un passato splendore.

Il Prime Minister in carica era Callaghan, un laburista proveniente, credo, dal mondo sindacale, e non molto amato, con mia sorpresa, dai miei colleghi inglesi. In precedenza un’alternanza laburisti – conservatori (Wilson, Heath) che probabilmente non aveva saputo applicare una strategia che permettesse alla nazione di competere con gli altri Paesi industrializzati. Nel periodo londinese avevamo un’insegnante di inglese, Barbara, una ragazza neozelandese che si pagava così gli studi a Londra. Restammo in corrispondenza per qualche mese dopo il nostro rientro a Monza e ricordo le sue lettere nell’inverno ’78-’79 in cui ci raccontava di attraversare l’inverno più triste della sua vita (scioperi continui nei servizi pubblici, un senso di malinconia sui visi delle persone, incertezza sul futuro).
Callaghan non concluse la legislatura, dopo tre anni indisse nuove elezioni. E nell’aprile 1979 arrivò il ciclone Thatcher.

3 commenti:

alberto ha detto...

bentornato Ottavio,
prima ai commenti poi a questo bel post
da inviato speciale nel Regno Unito
del periodo immediatamente pre-Thatcher.

Un bel come eravamo, senza sdolcinatezze,
rimpianti o rimorsi, prima dei cataclismi
che ci hanno condotto dove siamo,
un mondo distante pochi anni
ma che sembra appartenere a un'altra era geologica

Gauss ha detto...

Proprio così Giorgio, anch'io in quegli anni andavo frequentemente per lavoro in Inghilterra, e non avevo l'impressione che gli inglesi se la cavassero granchè bene. Era l'unico paese europeo in cui un ingegnere guadagnasse meno che in Italia. Lavorava però molto meno di un ingegnere italiano, negli uffici e nei laboratori era sempre "tea time".
Sembravano vivacchiavare di tradizione e di eredità. Andavo perlopiù a Bristol, la città dei Beatles, dove aveva sede la BAC, la mitica British Aircraft Corporation che aveva progettato e costruito il Concorde. La sede della BAC era ancora la stessa dell'antica British Tramways Company, una fabbrica di tram da cui aveva avuto origine. Il sito era sotto controllo militare, ma in mezzo ai capannoni sopravviveno le casette con i muri di mattoni e il giardinetto davanti all'ingresso, che un tempo erano abitati dai dipendenti della fabbrica di tram e che i loro pronipoti, magari impiegati di banca, avevano il diritto ereditario (e sindacale) di continuare ad abitare. Anche loro, quando tornavano dal supermercato, dovevano passare il controllo di sicurezza. La forza della tradizione, dicevamo allora. Poi è arrivata la Thatcher e ha imposto quella dell'efficienza.
Grazie, Giorgio, di aver condiviso il tuo ricordo e anche di aver risvegliato il mio.

Gauss

Gauss ha detto...

Qui ci vuole un bell'errata corrige. I Beatles erano di Liverpool, mica di Bristol. Scherzo della memoria e figura da cioccolataio!

Gauss