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domenica 27 settembre 2009

Monza Babele

di giorgio casera


Sono finiti i bei tempi nei quali la parlata straniera nel nostro paese era facilmente individuata come inglese, francese, tedesco e, qualche volta, spagnolo. Magari si capiva poco o nulla del discorso ma di che lingua si trattasse non c'erano dubbi. E poichè erano lingue del "nostro" mondo occidentale ci sembravano quasi di casa, parlate dai nostri vicini (come un veneto che sente parlare un lombardo o un emiliano, ma non un romagnolo o un sardo...)
Ahimé, la caduta del muro di Berlino prima e la globalizzazione poi con le conseguenti migrazioni che questi eventi hanno portato, hanno messo in crisi questo confortevole modello.
Ora a malapena si intuisce lo slavo (ma di quale nazione?). Anche l'arabo si può riconoscere per via dei fonemi aspirati (ma si parla lo stesso arabo dal Marocco alla Siria?). I genitori dei bimbi che giocano vicino alla mia nipotina vengono, penso, dall'Asia meridionale, ma da dove? Pakistan? Sri Lanka? Il loro linguaggio non aiuta a definirlo. E i "vu cumprà" del parcheggio dell'Ospedale nuovo, tutti neri, con quale lingua o dialetto africano si scambiano impressioni sul "business"?
Meno male che a Monza c'è una nutrita colonia sudamericana...

1 commento:

Solimano ha detto...

E' con la seconda generazione, che cominciano a parlare in italiano. E sono le donne che si ambientano prima, gli uomini restano più a lungo legati a certi aspetti tribali o di clan, perché trovano in essi una convenienza personale, che le donne e i giovani non trovano più. Discorso che rischia di essere pericoloso, un po' come usare lo spadone, ma sono ancora sotto l'influenza del terribile delitto di Pordenone. D'altra parte, anche quando ci fu la grande immigrazione interna, gli uomini desideravano tornare prima o poi al paese, le donne molto meno.

saluti giorgio
primo