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venerdì 22 febbraio 2013

Garibaldi si riprende la sua piazza

di Alfredo Viganò

Primi ‘900 in Piazza


Finalmente dopo 66 anni, l’undici di marzo la Statua in Marmo di Garibaldi, restaurata, verrà traslata in Piazza Garibaldi e il 17 vi sarà l’inaugurazione. Gianna Parri per l’Associazione mazziniana ed io per Novaluna, che abbiamo raccolto i fondi necessari ne siamo particolarmente lieti avendo vinto la nostra battaglia pluriennale contro i detrattori dell’Unità d’Italia.
Alfredo Viganò


Il nuovo posizionamento in Piazza ( fonte Comune)
A mio parere sarà un poco più grande di quanto appare qui


Da qualche anno alcuni di noi ( in particolare Gianna Parri per l’Associazione mazziniana e io per Nova Luna, ci stiamo interessando per il recupero della statua originale in marmo di Garibaldi e il suo ritorno nella omonima piazza a Monza.
La statua è di uno scultore egregio Ernesto Bazzaro ( 1859-1937). La scultura mi risulta la prima dedicata a Garibaldi: già nel 1882 il Consiglio di Monza decise per il Monumento all’Eroe dei due mondi e dopo sottoscrizione e concorso fu realizzato affidandolo allo scultore Bazzaro. Purtroppo poi, ritenendola impropriamente in degrado (1912), fu sostituita con una copia in bronzo nel 1915, e il Monumento originario finì buttato a terra nel terreno della scuola. Quella in bronzo, poi emarginata ai Boschetti in posizione laterale allora (1937)  ritenuta migliore, è oggi visibile tra il fitto delle piante lungo via Margherita di Savoia. Ci fu nel ’46 anche chi voleva che Garibaldi fosse posto in Piazza Citterio spostando Vittorio Emanuele nei Giardini di Villa reale.
Devo dire che tanti anni fa ero nel cortile dell’Istituto Olivetti per un incontro, passeggiando, forse ero con Crippa, già assessore e oggi Presidente di Novaluna, avevo notato con sorpresa, che contro la muratura verso via De Leyva e sotto tubi di cemento e cartelli stradali giaceva a terra la Statua che è opera monumentale e storicamente rilevante. Monza non è aliena da simili comportamenti, purtroppo, vista la demolizione di opere rilevanti e monumentali. L’allora assessore era l’indimenticabile amica Giovanna Mussi che fece provvedere a spostare e alzare la statua contro l’altro alto muro di confine opposto.
Mi interessai poi della cosa quando ero assessore e preparammo un progetto per il restauro e chiedemmo parere alla Soprintendenza. Sono passati anni e anche per interpellanza in Consiglio come consigliere e le richieste di Gianna, per la attenzione dell’assessore Mangone, si è ripresa la questione in occasione del centenario dell’Unità d’Italia.

Il progetto anni 2004 


Qualche bega con il Sindaco di allora e la Lega, contro Garibaldi, hanno ritardato di molto il restauro. Soldi raccolti da privati non si erano neppure potuti spendere per irragionevoli motivi. Tuttavia l’assessore riuscì con buona volontà a far partire il restauro della Statua e ora mancavano soldi per completar il tutto col trasferimento e la scelta della posizione nella Piazza..
Manca purtroppo la targa in bassorilievo dove Garibaldi era ritratto seduto che guardava il mare dall’isola di Caprera e probabilmente finita fusa per la scellerata guerra. La puntigliosa ricerca dell’amica Gianna è rimasta infruttuosa  La statua è mutilata della mano sinistra e resterà così.

Il Monumento ora all’Olivetti


Ci siamo rimessi all’opera completando con successo la raccolta di fondi e ora, dopo l’approvazione della Soprintendenza e il coordinamento del Comune (arch. Fulvia Bonfanti),  siamo a termine. Tra pochi giorni 
(11 di marzo) la Statua verrà imbracata con una apposita gabbia di ferro e traslata in Piazza Garibaldi dove si è provveduto in queste settimane a sistemare il basamento. Basamento modificato in altezza , ma simile a quello originario. La posizione è quella nello slargo a lato destro della facciata de Tribunale, come era previsto nella prima proposta  all'epoca della Amministrazione Faglia.. Il 17 vi sarà l’inaugurazione a cui saremo presenti spero in molti.
Un grazie a tutti anche per le donazioni liberali che hanno consentito l’attuazione di questo desiderio da anni coltivato e pensiamo proprio che la Città ne guadagni. Tutti finalmente potranno ammirare l’opera e ricordare un grande Personaggio italiano, di statura europea e mondiale.




lunedì 18 febbraio 2013

Piccolo particolare

di Alberto


Se guardate con attenzione le foto allegate scoprirete, come nella Settimana Enigmistica, che hanno in comune un particolare, nemmeno tanto piccolo. Per darvi tempo di individuarlo vi dirò chi sono i personaggi: quello che non sono io è Giulio Confalonieri, nella foto con il soprano Carolina Segrera. Era un grande musicista e musicofilo, famoso critico musicale. Fu autore di un libro, Barboni a Milano, che a suo tempo gli diede notorietà e successo, nonché soprattutto di una eccellente storia della musica. 























 Si sussurra che sia stato l'autore della famigerata domanda sul controfagotto a lascia o raddoppia, che fece versare inchiostro a fiumi sui giornali dell'epoca, e che si difendesse dalle accuse di eccessiva difficoltà sostenendo che suo cognato Guelfo, mio prozio, non avrebbe avuto difficoltà a rispondere.
Ma torniamo a noi: cosa abbiamo in comune? Avete indovinato: il cappello.
Che non è simile, è proprio quello, il suo.
Trattasi infatti di un magnifico Borsalino, oggetto quasi di lusso, di quelli che non mi sarei mai comprato: è del tipo che non mi voglio permettere.
E' morbido, non foderato, si può schiacciare e strapazzare e con due carezze torna miracolosamente a posto.
Questo è appena un po' incencicato perché appallottolato in un cassetto c'è rimasto per più di trent'anni. Ce l'ho ritrovato mentre smontavo la casa della mia zia Baby, che era sua nipote, e si doveva trasferire in casa di riposo.
Come faccio a volte con i pantaloni alla zuava da roccia del povero Marco, mio cognato, che ogni tanto tiro fuori dall'armadio per fargli fare una giratina in montagna, a volte mi viene la voglia di indossarlo e di portarlo in giro.
Quando mi riesce di trovare i biglietti per la Scala, dove è stato di casa quasi tutte le sere per tanti anni, non lo dimentico mai.

martedì 12 febbraio 2013

Londra e la signora Thatcher

di giorgio casera

La visita a Monza di Antonio Caprarica su invito di Novaluna per la presentazione del suo ultimo libro (Ci vorrebbe una Thatcher, sottinteso per l’Italia) mi ha ricordato una lontana esperienza.

Nel 1978 ero stato spedito dalla mia azienda a Londra per partecipare ad un progetto internazionale. Poiché la durata del progetto era di sei mesi avevo il diritto di portare con me la famiglia, cosa che feci senz’altro: sarebbe stata un’esperienza irripetibile. D’altronde i benefits applicabili in quella circostanza prevedevano il rimborso dell’affitto di una abitazione adeguata e del noleggio di un’auto.
Ealing
Presi dunque casa (il pianterreno di una bella villetta, con annesso giardino (curato e bellissimo), ad Ealing, quartiere della parte occidentale di Londra, non lontano da Greenford (a NO del centro), dove aveva sede il progetto. Potemmo così vivere, nel migliore periodo per Londra, da aprile a settembre, “immersi” nella società inglese (di fronte a casa c’era un campo di cricket, più inglese di così!). Vicini di casa e negozianti simpatici e cordiali (e non era raro incontrare qualche inglese che parlava un buon italiano). E poi, era eccitante vivere nella nazione di chi aveva rivoluzionato la musica leggera o la moda. Fummo subito colpiti da novità come le rotonde (round about) o i distributori di carburante automatici, in Italia ancora da venire.

L’ambiente di lavoro, formato da colleghi provenienti da tutta Europa, naturalmente con forte presenza di britannici, era molto stimolante, l’assistenza logistica agli europei del Continente molto curata.
Kensington e Hyde Park
Rientrati in Italia abbiamo ricordato a lungo le magnifiche domeniche trascorse nei parchi di Londra interrotte dalle visite ai bellissimi musei della città o ai mercatini di Charing Cross o lungo la Bayswater Road o al grande giardino zoologico (i miei figli avevano allora 5 e 3 anni). Ci pensavo anche mentre parlava Caprarica in libreria, con una punta di nostalgia.
National Gallery
Il periodo di grazia che stavamo vivendo non ci aveva impedito di notare certe situazioni, certi contrasti. L’Inghilterra non se la passava troppo bene. I miei colleghi inglesi erano i più “poveri” d’Europa: lo si notava dallo stile di vita, molto sobrio, dall’abbigliamento e… dall’attenzione alle spese (e non erano tutti scozzesi!). Il dott. Abelson, a cui mi ero rivolto per l’assistenza medica familiare, mi aveva parlato amaramente della crisi del Servizio Sanitario Nazionale (per quanto quando ne ebbi bisogno lo trovai inappuntabile!). La filiale inglese della multinazionale (una delle quattro “major” in Europa, le altre erano Germania, Francia ed Italia) arrancava di fronte ad una crisi economica generale e alla concorrenza di una società nazionale. Tant’é che per ospitare il progetto era stata presa in affitto una vecchia caserma dei pompieri, con ambienti molto spartani. Inoltre nei nostri viaggi domenicali da Ealing al centro di Londra, non potevamo fare a meno di notare qua e là zone sottoposte a degrado, sia pure ancora con segni di un passato splendore.

Il Prime Minister in carica era Callaghan, un laburista proveniente, credo, dal mondo sindacale, e non molto amato, con mia sorpresa, dai miei colleghi inglesi. In precedenza un’alternanza laburisti – conservatori (Wilson, Heath) che probabilmente non aveva saputo applicare una strategia che permettesse alla nazione di competere con gli altri Paesi industrializzati. Nel periodo londinese avevamo un’insegnante di inglese, Barbara, una ragazza neozelandese che si pagava così gli studi a Londra. Restammo in corrispondenza per qualche mese dopo il nostro rientro a Monza e ricordo le sue lettere nell’inverno ’78-’79 in cui ci raccontava di attraversare l’inverno più triste della sua vita (scioperi continui nei servizi pubblici, un senso di malinconia sui visi delle persone, incertezza sul futuro).
Callaghan non concluse la legislatura, dopo tre anni indisse nuove elezioni. E nell’aprile 1979 arrivò il ciclone Thatcher.

martedì 5 febbraio 2013

Il recupero della Costa Concordia

di Gauss

Il mio amico americano Joe Plaski mi ha mandato una interessante documentazione, ricca di immagini e di dati tecnici, relativa al progetto di recupero della Costa Concordia, un'impresa di ingegneria navale senza precedenti. Il rapporto di Joe è una sintesi del programma televisivo "Sixty minutes" della CBS, che ha dedicato una puntata alla Costa Concordia (http://www.cbsnews.com/video/watch/?id=50137223n). L'ho tradotto riducendolo ulteriormente a una successione di immagini corredate di didascalia.
L'impresa è gigantesca, tale da giustificare l'interesse che suscita in America (più che da noi). A un anno dal disastro, la nave giace ancora su due spuntoni di roccia in un’area marina protetta (barriera corallina). Non può quindi essere smantellata in loco, deve essere rimossa, ciò che pone innumerevoli difficoltà.
Non solo è il più problematico, complesso e costoso salvataggio mai intrapreso, è anche estremamente rischioso, nessuno può dire con certezza che avrà successo. Teniamo presente che la nave pesa 60.000 tonnellate e che il 65% del suo volume è sommerso e pieno d'acqua.
La rimozione del relitto è programmata per l'estate-autunno del 2013. Se l’operazione per qualche imprevista circostanza dovesse fallire, non ci sarebbe altro da fare che smantellarlo in loco, con un gravissimo impatto ambientale. Se tutto andrà come pianificato, la Costa Concordia sarà rimorchiata a un bacino di rottamazione lontano dal Giglio, si parla di Palermo, ma anche di Livorno. La rottamazione richiederà 2 anni di lavoro.
 
Nel gennaio del 2012, la nave da crociera Costa Concordia ha urtato uno scoglio al largo dell'isola del Giglio. Da allora è il più grande relitto di nave passeggeri di tutta la storia della navigazione, molto più grande del Titanic. Nel naufragio hanno perso la vita 30 persone, due mancano ancora all’appello.

Il recupero, interamente addebitato alle compagnie di assicurazione, ha un costo stimato tra 300 e 400 M€, più del costo della nave. 
Il piano di recupero prevede di raddrizzare lo scafo facendolo poggiare su una piattaforma sommersa. 

Per poi portarla a galleggiare. 

Prima di entrare in servizio, ogni operatore deve seguire un corso di 4 giorni di arrampicata su roccia. 

La piattaforma è in costruzione, in più moduli, alla Fincantieri di S. Giorgio di Nogaro nell'Adriatico. Con l'acciaio occorrente per la sua costruzione si potrebbero costruire 3 Tour Eiffel. Ogni modulo sarà trasportato su un'enorme chiatta attorno allo stivale fino al Giglio (un periplo di due settimane).
La piattaforma sarà conficcata sul fondale, enormi tubi di intercapedine, di 8 m di diametro, impediranno che i materiali risultanti dalla perforazione si disperdano e inquinino l’area protetta. 

Già ora la nave è imbragata con cavi di acciaio che la ancorano alla terraferma, ma forti mareggiate potrebbero dislocarla. In tal caso scivolerebbe sul fondo, ciò che renderebbe il salvataggio praticamente impossibile. Il tempo è una variabile importante.
Nella posa dei cavi di ancoraggio sono tuttora impegnati 111 operatori subacquei. Lavorano h24 in turni di 45 minuti. 

Come si farà poggiare la Costa Concordia sulla piattaforma? Il progetto consiste essenzialmente nel saldare un’altra “nave” allo scafo del relitto. La nuova “nave” è costituita da enormi parallelepipedi stagni di acciaio. Sono chiamati “sponsoni” e sono alti quanto un palazzo di 11 piani.


9 sponsoni verranno saldati alla fiancata esposta dello scafo a una distanza massima di 5 centimetri l’uno dall’altro.


Poi gli sponsoni saranno agganciati alla piattaforma con robusti cavi d’acciaio. 

Potenti martinetti idraulici faranno ruotare la nave fino a riportarla in assetto. Gli sponsoni verranno riempiti d'acqua per facilitare l'operazione.

Altri 9 sponsoni saranno saldati all’altra fiancata del relitto.


L'acqua verrà pompata fuori dagli sponsoni e la spinta archimedea conseguente al loro svuotamento provocherà un effetto boa che porterà la Costa Concordia in condizione di galleggiamento (come se la nave fosse avvinghiata a un salvagente). Sarà poi trainata al cantiere di rottamazione a una velocità massima di 2 nodi.


Il progetto di recupero della Costa Concordia è affidato alla joint venture italo americana Titan- Micoperi.

Gauss



  

mercoledì 14 dicembre 2011

fotografia come mappa

di Azzurra Scattarella

Anche in occasione dell'incontro con Francesco Zanot del 24 novembre scorso Azzurra Scattarella non ha fatto mancare la bella recensione alla quale ci ha abituato: eccola.
Anche questa volta ringraziamo di cuore l'autrice e gli amici di vorrei :

mercoledì 23 novembre 2011

“L’arte non serve a niente” - Emilio Isgrò tra ironia e provocazione

di Giorgio Casera

questa la recensione della serata che compare nel giornale on-line PD Monza di oggi.
Ringraziamo Giorgio e il PD per l'attenzione.


La provocazione era già evidente nel titolo scelto per la conferenza organizzata da Novaluna all’interno della mostra di antiche stampe all’Arengario, svoltasi il 10 novembre u.s.:

Affermazione che Isgrò ha giustificato col fatto che la creatività, tradizionalmente appannaggio esclusivo dell’arte, è ormai lineamento essenziale di tanti aspetti della vita quotidiana. Così ha accennato alla politica creativa, alla finanza creativa e così via, con chiari ed ironici riferimenti a personaggi e vicende nazionali.

Fatta questa premessa, Isgrò ha presentato una carrellata delle opere più significative della sua lunga carriera, datate dal 1964 al 2010, il cui filo conduttore si può così sintetizzare: ogni opera deve rappresentare allo stesso tempo innovazione, rottura con schemi consolidati, provocazione, per suscitare interesse, proteste, discussione. Alla fine però il risultato è un ampliamento degli orizzonti culturali e, nel caso di Isgrò sicuramente, crescita della società civile.

La più originale forma artistica che Isgrò ha voluto sperimentare è la “Cancellatura”, che così ha voluto definire: "La cancellatura non è una banale negazione ma piuttosto l’affermazione di nuovi significati" oppure “la cancellatura è come lo zero in matematica, chiamato a formare, da solo tutti i numeri e tutti i valori”. Dalla Volkswagen cancellata nel 1964, alla Costituzione cancellata e al "Disobbedisco" con cui ha provocatoriamente presentato la grande installazione "Sbarco a Marsala" davanti a Napolitano, Isgrò ha usato il gesto della negazione del sapere codificato per mettere a nudo contraddizioni, ipocrisie, falsità.

Dice l’artista: “io cancello le parole per custodirle, è un gesto di salvezza. Le mie tecniche di linguaggio espressivo mi consentono di sparire per poi riemergere”.

Delle opere illustrate, tutte egualmente di un certo impatto (cioè positivhttp://www.blogger.com/img/blank.gifamente scioccanti) vorrei seghttp://www.blogger.com/img/blank.gifnalare Brigitte Bardot: particolare ingrandito 147 volte e Karl Marx fuma nel rosso vestito di rosso, opere pienamente in linea con il titolo di questo articolo. Ha citato anche come esperienza fondamentale in America nel 1963, in viaggio per un mese con il presidente Kennedy alla ricerca di fondi elettorali per il partito democratico: un uomo affascinante, lo definisce.

La presentazione completa è presente sul sito di Novaluna e consiglio vivamente di consultarla per avere una panorama completo dello stile, dei contenuti e anche dell’evoluzione dell’artista. Il quale, da buon conferenziere (anche) ha presentato ogni opera riferendo degli aneddoti sul periodo della realizzazione, sui personaggi coinvolti, sia committenti che politici presenti all’inaugurazione.

lunedì 21 novembre 2011

Emilio Isgrò, "L'arte non serve a niente"

di Azzurra Scattarella

Anche in occasione dell'incontro con Emilio Isgrò del 10 novembre scorso gli amici di vorrei hanno voluto dedicarci spazio e attenzione: anche questa volta una bellissima recensione a firma di Azzurra Scattarella, che inseriamo qui con grande piacere. Ringraziamenti vivissimi alla rivista e all'autrice.



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Emilio Isgrò al secondo appuntamento della rassegna "La Città Rappresentata" organizzata da Novaluna all'Arengario di Monza, parla dell'arte, della sua funzione e delle sue opere

Chi di arte ci è vissuto e ci vive ancora, può permettersi il lusso e la retorica di dire che "l'arte non serve a niente", capirete adesso perché.

Settantaquattro anni, Emilio Isgrò è stata una delle figure più attive nel panorama artistico e d'avanguardia dell'Italia dagli anni '60. Siciliano di nascita, trapiantato a Milano dal 1956, Isgrò è stato artista, giornalista, scrittore, drammaturgo, ma soprattutto un grande comunicatore, perché con le sue opere riesce a parlare, nonostante siano state le cancellature a dargli il successo. Nel 1964 Emilio Isgrò ha cominciato a cancellare: testi importanti dai quali ha eliminato frasi e parole, quali la Costituzione o l'Enciclopedia Treccani, stravolgendo il significato degli stessi, oppure immagini vuote o colore su colore, in cui a parlare era una breve didascalia. Emilio Isgrò ha rivoluzionato l'arte visiva ed è stato l'iniziatore delle opere concettuali. La sua teoria delle cancellature, ufficializzata dalla Dichiarazione 1, nasce dal bisogno di eliminare il superfluo, il rumore, l'inutile da una società carica e ridondante di segni, per ritrovare ed esaltare il vero significato delle cose importanti. Questa idea si pone all'interno di una teoria dell'arte concettuale più ampia, esemplificata nella sua poesia visiva, in cui immagini, fotografie, parole e cancellature creano un insieme spiazzante e contestatorio.

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L'Enciclopedia Treccani cancellata da Isgrò

La sua verve polemica non si esaurisce negli anni. Invitato a Monza dall'associazione Novaluna per la rassegna sulla Città rappresentata giovedì 10 Novembre 2011, Isgrò ha deciso di chiamare la sua relazione o conferenza "L'arte non serve a niente". Che detto da lui non vuol dire niente, anzi, afferma negando proprio come le sue opere. Come lui stesso spiega, ha scelto appositamente un titolo provocatorio "perché l'arte dev'essere provocazione, l'arte che si rispetta deve porre problemi". Il motivo è semplice e tautologico: l'arte serve a far sognare la società e a farla crescere. Per far ciò dev'essere disinteressata e senza prezzo, né avere scopi divertenti o di intrattenimento. Anche su questo Isgrò ha parecchio da ridire: sulla politica fatta di barzellette, parolacce e colpi da affabulatore o sulla finanza che è diventata addirittura "creativa". Isgrò si chiede "che razza di mondo è questo?". L'unica cosa creativa deve essere l'arte, nonostante il mestiere dell'artista sia faticoso e pesante, e artisti non si nasce, ma si diventa – a suo parere.

Alcuni l'hanno chiamato rivoluzionario, altri l'hanno voluto includere tra gli artisti di avanguardia. Ma lui risponde così: "Non sono un artista d'avanguardia. L'artista di avanguardia vuol sempre dire qualcosa, imporre significati al mondo: e il nostro mondo, a forza di significare, alla fine non significa più nulla. Io non aggiungo significati alle cose, levo alle cose i loro significati. Tutti i significati, nessuno escluso. Anche così si combattono i tiranni, quelli palesi e quelli mascherati". Insomma, un contestatore, però lo è sempre stato. Anche nel modo di fare le cose più semplici: durante l'esposizione presso l'Arengario mostra diapositive di sue opere celebri in ordine sparso, né cronologico né tematico, illustrandone la creazione e il motivo per via emotiva, seguendo ciò che i ricordi gli suscitano. Si diverte ed affascina quando racconta la storia del suo monumentale Seme D'arancia, posto a Barcellona Pozzo di Gotto, suo paese natìo. Decise di fare quest'opera in onore del prodotto più tipico della sua terra, per segnalare la produttività e la forza di ripresa sella Sicilia: un gigantesco seme d'arancio nel mezzo di un giardino piccolo in uno dei luoghi più degradati della città. Naturalmente, la sua posizione è significativa. Serve a svegliare gli indifferenti. Ora è in causa con il Comune perché l'hanno spostato senza neanche avvisarlo – e poi il Seme non piaceva al nostro ex Presidente del Senato, oltre che a qualche altro ex Ministro conterraneo...

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Certo, non era la prima volta che Isgrò faceva arrabbiare qualcuno con le sue creazioni. Prendiamo la Volkswagen, che gli ordinò il ritiro della sua famosa opera. Il trionfo della meccanizzazione della società, ha fastidiato Volskwagen e Chiesa in un colpo solo. In risposta alla pop art americana, in cui tutto viene moltiplicato, esaltato, colorato, Isgrò presenta il suo Particolare di Brigitte Bardot ingrandito 147 volte o il famosissimo Jaqueline, dove a trionfare è la sua idea di cancellatura, totale: l'immagine non c'è, la tela è vuota. Quest'opera è stata considerata il primo esempio di arte concettuale in Europa e Isgrò la commenta così "la poesia visiva era il tentativo si salvare la parola grazie all'immagine". Capiamo anche il perché della cancellazione della Costituzione, un monito contro quello che non si deve mai dimenticare e cancellare,o la Treccani, simbolo del libro di una cultura che inesorabilmente sta tramontando.

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La Volskwagen di Isgrò

Emilio Isgrò ha costruito opere enormi e semplicissime, ha collaborato ed è stato intimo amico di Arturo Schwarz, a cui vendette uno dei suoi primi libri cancellati; ha lavorato per la CEI per cui ha cancellato la storia del Vitello d'oro e in Turchia, dove ha cancellato ben quattordici codici ottomani. Celeberrima è stata l'allestimento nel 1979, alla Rotonda della Besana di Milano, di Chopin, partitura per 15 pianoforti, in cui l'artista ha immaginato la vita di Chopin oppresso dalla sua stessa fama, dal suo genio e dal suo amore appassionato per George Sand, distribuendo pianoforti e partiture cancellate per motivi paranoici e futili al tempo stesso, ironicamente ideati da Isgrò. Poesia visiva e arte concettuale, parole che insieme fanno paura e non vogliono dire niente, diventano ricche di senso quando le si guarda fatte da Isgrò. La sua è un'arte che comunica direttamente, frutto di uno spirito indomito e attento, pronto a criticare ciò che non va, a scatenare dubbi, a creare connessioni, ad aprire a nuove idee e a fare delle differenziazioni. L'arte serve a cambiare la società e il modo in cui si guardano le cose anche le più semplici, come le parole, che forse dovrebbero essere le prime a essere rivoluzionate. Un compito molto difficile, quello di rivoluzionare il linguaggio, cui probabilmente si preferisce quello di far soldi, commenta sarcasticamente Isgrò, con un tono di amarezza, verso quei giovani per il quale sente di avere una responsabilità. Difatti, l'impegno nella vita sociale dell'arte è sempre stato reale per Isgrò: sostenitore della necessità di comunicare tra pubblico e artisti, nonché tra artisti e artisti, ha partecipato alla Cooperativa degli Artisti nel 1977, e oggi si batte per una politica seria, "fatta di grisaglia", rispettosa e lontana da atteggiamenti ridicoli e da show-business (chissà se Monti l'ha accontentato).

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Il famoso e travagliato Seme d'arancio donato alla città di Barcellona Pozzo di Gotto


Ancora una volta, Isgrò stupisce e affascina, e Novaluna merita un plauso per aver invitato l'artista e organizzato l'evento. Per vedere tutte le opere mostrate da Emilio Isgrò durante l'incontro del 10 novembre, rimandiamo al sito di Novaluna.

Biografia di Emilio Isgrò Nato a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) nel 1937, si trasferisce a Milano nel 1956. Fin dagli esordi accompagna la produzione artistica con l'attività di scrittore e poeta. Pubblica in quell'anno la raccolta poetica Fiere del Sud per le Edizioni Arturo Schwarz. Nel 1964 realizza le prime Cancellature, enciclopedie e libri completamente cancellati, con i quali contribuisce alla nascita e agli sviluppi della Poesia Visiva edell'Arte Concettuale. Nel 1966, in occasione della mostra alla Galleria Il Traghetto di Venezia, pubblica Dichiarazione 1, in cui precisa la sua personalissima concezione di poesia come "arte generale del segno". Nel 1972 è invitato alla XXXVI Biennale d'Arte di Venezia, a cui parteciperà anche nel 1978, nel 1986 e nel 1993. Nel 1977 riceve il primo premio alla XIV Biennale d'Arte di San Paolo del Brasile. Nel 1979 alla Rotonda della Besana di Milano presenta Chopin, partitura per 15 pianoforti. Nel triennio 1983-1985 dà l'avvio con la trilogia L'Orestea di Gibellina ai grandi spettacoli della Valle del Belice. Nell'Anno Europeo della Musica (1985) il Teatro alla Scala gli commissiona l'installazione multimediale La veglia di Bach, allestita nella Chiesa di San Carpoforo a Milano. Nel 1990 elabora un nuovo testo teorico dal titolo Teoria della cancellatura per la personale alla Galleria Fonte d'Abisso di Milano. Nel 199 partecipa alla collettiva The artist and the book in twentieth-century Italy organizzata dal MoMA di New York e nel 1994 a I libri d'artista italiani del Novecento alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Nel 1996 Mondadori stampa Oratorio dei ladri. Nel 1998 dona al suo paese natale il gigantesco Seme d'arancia, simbolo di rinascita sociale ed economica dei paesi mediterranei. Nel 2001 inaugura l'antologica Emilio Isgrò 1964-2000 nel complesso di Santa Maria dello Spasimo a Palermo. Nel 2002 espone alla Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento e l'anno seguente al Mart di Trento e Rovereto. Nel 2008 il Centro per l'Arte Contemporanea "Luigi Pecci" di Prato ospita l'importante retrospettiva Dichiaro di essere Emilio Isgrò. Attualmente è in corso la personale Fratelli d'Italia presso il Palazzo delle Stelline a Milano. Vive e lavora a Milano.

martedì 8 novembre 2011

Monza & la Brianza nelle antiche stampe.

di Azzurra Scattarella

In margine all'incontro con Cristina Muccioli del 27 ottobre scorso è comparsa sulla rivista vorrei , che ringraziamo, una bella recensione a firma di Azzurra Scattarella, che pure ringraziamo.
abbiamo chiesto e ottenuto di poterla inserire qui

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Una mostra e un ciclo di conferenze organizzato da Novaluna
per parlare di Monza e delle sue immagini
È stata inaugurata il 22 ottobre presso la prestigiosa sede dell'Arengario di Monza la mostra "Monza & la Brianza nelle antiche stampe", organizzata dall'associazione culturale Amici dei Musei e l'associazione Novaluna.
Collegata alla mostra - molto interessante e ampia, raccoglie stampe e cartografie anche del XIV secolo, esposte in senso antiorario, visitabile dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19, il sabato e la domenica anche di mattina –Novaluna ha organizzato un ciclo di incontri, ogni due giovedì alle 21 all'Arengario, sul concetto di immagine della città, sia essa stampata, fotografata o disegnata, della città, chiamando a discettarne professionisti del settore.
Il primo incontro in Arengario, avvenuto il 27 ottobre 2011, con titolo "La città e il paesaggio. Dall'incisione classica all'immagine contemporanea" ha visto salire in cattedra una vecchia conoscenza dell'associazione, la storica dell'arte e professoressa di Etica della comunicazione presso l'Accademia di Brera (nonché collaboratrice di Linus e autrice di diversi libri) Cristina Muccioli.
La serata inizia con la presentazione del presidente Giorgio Crippa e l'arrivo di un cospicuo numero di interessati. L'intervento della Muccioli ha sapore di premessa al ciclo di incontri, sia a causa del suo essere prima conferenziere che per il tema cui si è dedicata.
La Muccioli inizia con i complimenti per l'intelligenza di una mostra così apparentemente demodé (una mostra su incisioni seicentesche? Bah!): se ormai nulla è più possibile creare nel mondo dell'arte (il che non significa che l'arte è morta), brilla e ha decisamente molto senso d'esistere ogni intervento a favore della riscoperta e valorizzazione del passato e delle radici dell'arte stessa. Del resto, l'intero mondo delle incisioni, delle stampe e litografie, è sempre stato denigrato e sottovalutato dall'arte ufficiale, mentre esse rappresentano un patrimonio artistico importante, intrinseco dell'uomo: basti pensare alle incisioni rupestri, primo veicolo dell'espressività umana. Eppure questa tecnica è sempre stata trattata con snobismo, poiché essa si avvale di una macchina, di un 'facilitatore', aspetto che diventa un diminutivo per i critici e gli artisti, e che ne ha impedito la giusta qualificazione.
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In un'affascinante e ricco di citazioni filosofiche (Aristotele in primis) breve tracciato di storia dell'arte incisoria, che nasce con i caratteri mobili e l'invenzione della stampa, Cristina Muccioli regala anche chicche e aneddoti poco conosciuti del mondo artistico, da Canaletto e seguaci, passando per l'Accademia di Brera, rimarcando l'etimologia della parola grafite, la stessa di graffio, nonché di grafia. Avrebbe infatti voluto chiamare il suo intervento "La mano che graffia", sottolineando l'idea di lasciare il segno, di imprimere la propria idea su di un supporto, creando una ferita, la cui cicatrice (su una tela, su un dipinto, su una lastra) altro non è che la cultura stessa.
Una mostra che ha toccato le corde più sensibili del suo amore per l'arte, così dice Cristina Muccioli, e che lascia gli spettatori in attesa di seguire il prossimo incontro, nonché curiosi di riguardare le opere esposte con più accuratezza.

mercoledì 31 agosto 2011

Mario Fumagalli

di alberto

Ancora un lutto, ancora un grande dispiacere.
E' morto Mario Longhi Fumagalli.
Con la sua agenzia, Contemporanea in via Vittorio Emanuele,
uno spazio chiaro e razionale, costruito a sua immagine e somiglianza,
era diventato un punto di riferimento
per la comunicazione e per la grafica in città.




Lo conoscevo di vista per averlo incontrato quasi quotidianamente,
senza peraltro mai scambiarci una parola,
sui treni dei pendolari tra Monza e Milano.
Poi ho avuto la fortunata occasione di collaborare con lui,
e ho avuto modo di apprezzarne le doti professionali e quelle umane,
l'apertura mentale, l'ironia, la grande disponibilità.

La commissione comunale per le festività civili,
di cui facevo parte, mi incaricò di coordinare il lavoro
per la realizzazione di un libro sui deportati monzesi
nei campi di sterminio nazisti.
La parte storica era stata affidata al professor Mantegazza,
mentre Mario aveva avuto l'incarico di curare la parte grafica.
Malgrado le miserrime condizioni economiche
ne nacque un volumetto, Al di là del niente
che mi sembra ancora un risultato esemplare.
















Per Novaluna aveva elaborato, per pura amicizia,
e quando già aveva cominciato a stare poco bene
- forse per prender le distanze dalla malattia -
quello schema di comunicazione coloratissimo e vivacissimo
che ancora oggi utilizziamo per i nostri incontri.
Addio, Mario. E' stato bello conoscerti.

sabato 23 aprile 2011

Paolo Biscottini - L'opera d'arte dell'800 e le tensioni risorgimentali

Gauss

Paolo Biscottini è personaggio
ben noto ai monzesi. Prima di assumere il suo attuale incarico di direttore del Museo Diocesano di Milano, da lui fondato nel 1998, ha diretto i Musei Civici e la Villa Reale di Monza ed è stato illuminato ispiratore della vita culturale della nostra città.
Nel programma di celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Novaluna lo ha invitato a tornare a Monza per un esame critico del Risorgimento visto e interpretato attraverso la pittura del tempo. Il tema della serata, “L’opera d’arte dell’800 e le tensioni risorgimentali” per Biscottini è stata anche occasione di ritorno a quelle ricerche sull’Ottocento lombardo, cui proprio a Monza si era lungamente e intensamente dedicato.
La relazione di Biscottini sostiene con dovizia di documenti di supporto, senza reticenze e senza cedimenti all’apologia patriottarda, una tesi stimolante e imbarazzante, che la pittura risorgimentale italiana è più bella che vera. Non c’è, nelle opere dei pittori dell’epopea unitaria, la rappresentazione realistica, cruda e dolente, degli eventi sconvolgenti che hanno portato alla unificazione della penisola sotto la monarchia dei Savoia. Sul fatto prevale l’interpretazione, la narrazione veritiera cede il passo all’evocazione estetica, sentimentale, intimistica. Nella descrizione edulcorata e retoricamente encomiastica delle vicende fondative dello Stato italiano, sopravvissuta fino ai nostri giorni, Biscottini legge l’intento deliberato di relegare in secondo piano, se non proprio di nascondere, il lato conflittuale, i problemi irrisolti, le difficoltà e le carenze, sia culturali che economiche che politiche, del processo di fusione degli Stati pre-risorgimentali in una entità politica unitaria. Ciò che fa ritenere che ancora oggi la nazione italiana sia una grande incompiuta e impone al tempo presente il dovere di una rivisitazione critica.

La tesi di Biscottini prende forma e sostanza nel commento ad una lunga e avvincente sequenza di proiezioni di opere pittoriche, che prende le mosse dalla coeva pittura francese.
Siamo nel 1819 e la tragica vicenda dei naufraghi della nave Medusa abbandonati su una zattera, con i susseguenti episodi di violenza e di sopraffazione fra i sopravvissuti sconvolge la Francia. Géricault se ne fa interprete con un’opera, la Zattera della Medusa, che fa sensazione e suscita vive proteste per il crudo realismo della rappresentazione. I giovani corpi esanimi in primo piano, il vecchio desolato che non si rassegna ad abbandonarli alla furia del mare, i drappi drammaticamente sventolati verso un lontanissimo invisibile vascello, il romantico tumulto delle passioni immerso in quello altrettanto violento della natura dicono, con le parole di Biscottini, l’eroismo della verità.
Thèodore Gèricault, Zattera della Medusa, 1819

Altrettanto cruenta e veritiera è la Libertà che guida il popolo di Delacroix. In primo piano il macabro realismo della morte sulle barricate apre la strada alla Libertà, una fanciulla seminuda che, berretto frigio in testa, avanza imbracciando il fucile e sventolando il tricolore. Al suo seguito, in un clima di forte entusiasmo romantico, la partecipazione di tutte le classi sociali del popolo francese, il borghese, il proletario, il soldato, il bambino.
Eugéne Delacroix, Libertà che guida il popolo, 1930
Nell’opera di Gros Napoleone sul campo di battaglia di Eylau, l’imperatore attraversa il campo di battaglia dopo il combattimento, con ancora in primo piano una forte notazione realistica data dai morti e dai feriti della più sanguinosa delle battaglie napoleoniche. Napoleone si erge sul livido scenario della pianura russa come il vincitore che è anche pacificatore e soccorritore, e il suo esercito come la forza che libera i popoli dalla tirannia. Antoine-Jean Gros, Napoleone sul campo di battaglia di Eylau, 1808
La camicia bianca illuminata, simbolo di innocenza, del martire dell’insurrezione contro la dominazione francese nei Fusilamientos del tres de mayo di Goya si staglia nella notte nera, il colore della morte, che copre Madrid. Le braccia del condannato, alzate e aperte come nel crocifisso, si oppongono alla lugubre, disumana schiera dei fucilatori senza volto. Da questo quadro, divenuto simbolo universale della rivolta per la libertà popoli, emana l’eroismo della libertà.
Francisco Goya, Fusilamientos del tre de mayo, 1814
Lo stesso eroico anelito di pace e di libertà che ritroviamo nell’urlo disperato e lacerante di Guernica di Picasso, l’ultimo grande dipinto dedicato ad una guerra, il manifesto che denuncia al mondo intero la crudeltà e l'ingiustizia della guerra.Pablo Picasso, Guernica, 1951

Nella pittura risorgimentale italiana questa forza di autenticità storica non si trova .

Pochi anni prima dei Fusilamientos di Goya in Spagna, Appiani in Italia lavora ai Fasti di Napoleone, un ciclo di esaltazione, una sorta di epopea classicheggiante racchiusa entro una cornice letteraria.
Andrea Appiani, Fasti di Napoleone, 1808
Nel celebre quadro Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria Hayez sceglie di dipingere una storia greca per dire cose italiane. Nella sua elegante compostezza, il popolo di Parga costretto all’esilio sembra atteggiato nel gesto artificioso di una parata teatrale, così come scenografica appare sullo sfondo la città arroccata e stretta fra i monti e il mare. Francesco Hayez, Gli abitanti di Parga abbandonano la loro patria, 1826-31
Similmente scenografico è l’intento pittorico dell’Induno nella Battaglia della Cernaja. La vicenda bellica cui si ricollega sembra quasi presa a pretesto per una superba rappresentazione del paesaggio, cui va tutta l’ammirazione dell’osservatore a scapito dell’attenzione per i fatti e i personaggi.
Gerolamo Induno, Battaglia della Cernaja, 1857
Meno retorico e più convincente è il Fattori dell’Assalto a Madonna della Scoperta o Episodio della battaglia di San Martino, una meravigliosa descrizione di una pagina di storia colta nel momento in cui, sul campo di battaglia cosparso di caduti, si sta preparando la carica di cavalleria che ne deciderà l’esito vittorioso.Giovanni Fattori, Assalto a Madonna della Scoperta, 1864-68

La Presa di Palestro del 30 maggio 1859 è una scena di battaglia vista dalle retrovie, come spesso accade ancor oggi nei reportage di guerra. L’ammassamento di soldati è ripreso dall’Induno in atteggiamento di innaturale staticità mentre il clamore e l’orrore dello scontro sono solo intuìti dalla nube di fumo che, come una domanda che impedimenti politici lasciano senza risposta, si alza dal villaggio conquistato. Gerolamo Induno, Presa di Palestro del 30 maggio 1859, 1860
Ancor più immagine da inviato sul fronte di guerra è la Battaglia di Magenta dell’Induno, concentrata com’è sui dettagli militari dell’evento, resi in maniera raffinata e puntuale. L’intera composizione, che pure presenta in primo piano i corpi dei caduti di entrambi gli schieramenti (citazione letteraria da Delacroix?), è dominata e quasi contraddetta dall’oleografico lirismo del paesaggio, con i pioppi che proiettano il loro tremulo profilo contro un cielo azzurro impreziosito da nubi rosate. Gerolamo Induno, Battaglia di Magenta, 1861

La carica dinamica dello scontro bellico è invece efficacemente presente nella Battaglia di Varese di Faruffini, una complessa vista ravvicinata dell’attacco di un reparto dei Cacciatori delle Alpi ad una postazione austriaca. Protagonista dell’azione drammatica è la figura di Ernesto Cairoli colto, come in un’istantanea fotografica, nel momento in cui viene colpito a morte. Federico Faruffini, Battaglia di Varese, 1862

Con la Scena delle Cinque giornate di Milano abbiamo un primo ragguardevole esempio di interpretazione in chiave sentimentale, intrinsecamente melodrammatica, dell’epopea risorgimentale. In una composizione di accademica gestualità, un amorevole abbraccio muliebre, assecondato dal pianto del figlioletto, trattiene il vigore bellicoso del marito ribelle, spada sguainata in mano e bandiera tricolore sulla spalla.
Anonimo, Scena delle Cinque giornate di Milano, 1848-49
Al genere della pittura aneddotica popolare appartiene la Trasteverina uccisa da una bomba, che si ispira ad un fatto realmente accaduto, la morte di una giovane cucitrice vittima dello scoppio di una bomba francese. La luce che penetra dallo squarcio nella parete illumina parzialmente il corpo esanime della fanciulla che sembrerebbe dormire, se non fosse per una piccola macchia di sangue sulla fronte. Un’opera concepita in una dimensione intima, che aspira a testimoniare un periodo cruciale della storia patria nella vicenda sfortunata di un singolo, anonimo personaggio popolare.
Gerolamo Induno, Trasteverina uccisa da una bomba, 1850
Una luminosa tiepida aria primaverile investe dalla finestra spalancata una giovane donna intenta a cucire il tricolore in 26 aprile 1859, il giorno precedente l’abbandono di Firenze da parte del granduca Leopoldo II. E’ un quadro di intonazione realista, che sembra relegare la donna del Risorgimento a un ruolo ristretto nei confini dell’etica casalinga, lontano dai luioghi e dai momenti storicamente determinanti. Odoardo Borrani, 26 aprile 1859, 1861
In una calda atmosfera domestica è avvolto anche il Racconto del ferito, in cui l’attenzione della famiglia alla narrazione del soldato ferito in battaglia testimonia la diffusa partecipazione popolare agli avvenimenti risorgimentali. La guerra è descritta in maniera indiretta, il pittore non intende tanto ritrarre né la ferita né il ferito né il feritore quanto proporre il racconto della ferita come esaltazione mediata di eroismo. Gerolamo Induno, Racconto del ferito,1866
La Sepoltura Garibaldina si iscrive nel genere dell’allegoria. Il sacrificio del garibaldino è rappresentato attraverso il dolore di due giovani donne accanto alla sua bara. Come e perché sia morto non vale sapere, conta la commozione delle donne, e con la loro quella dell'osservatore, per la sua morte. Filippo Liardo, Sepoltura garibaldina, 1862-64

Della pace di Villafranca, un trattato controverso e storicamente cruciale nello svolgimento delle Guerre d’Indipendenza, il Bollettino del giorno 14 luglio 1859 che annunziava la pace di Villafranca dà un’illustrazione da gazzetta popolare. La quinta teatrale, l'ampia apertura sul paesaggio con il profilo del Duomo di Milano in lontananza, la disposizione e la posa dei personaggi, la varietà dei tipi umani e dei costumi compongono un quadro studiatamente melodrammatico, un'elaborazione pittorica che echeggia Verdi e Manzoni (e ignora Mazzini).
Domenico Induno, Bollettino del giorno 14 luglio 1859 che annunciava la pace di Villafranca, 1862
E' con Mosè Bianchi che la pittura patriottica si appropria dei valori di veridicità e di forza di convincimento. Ne I Fratelli sono al campo tre donne che, per vesti e atteggiamento, appaiono di diversa estrazione sociale, si trovano accomunate nell'ansia per la sorte dei loro cari che mettono a rischio la vita nei combattimenti per l'indipendenza e l'unità d'Italia. Le tre donne pregano in solitario raccoglimento ai piedi dell'altare di una chiesa, da molti particolari riconoscibile come il Duomo di Monza e il loro abbigliamento allude al tricolore d'Italia. L'impersonalità delle tre figure, ottenuta con il nascondimento del volto, mira a suggerire che ogni donna d'Italia è partecipe della loro trepidazione. L'essenzialità della composizione inserita nella penombra sacrale dell'ambiente esprime una sincerità di sentimenti anticipatrice della pittura del Novecento.
Mosè Bianchi, I fratelli sono al campo, 1869
Gauss