non più di un post al giorno, pubblicazione in tempo reale, argomento libero, niente contro-post ma commenti

mercoledì 30 dicembre 2009

Moratoria

di alberto

Vorrei proporre una moratoria, quella degli eventi.
mi piacerebbe che le nazioni unite
decidessero per un quinquennio di stop alle nuove iniziative
in favore di una sana, ordinaria, manutenzione dell'esistente.

mi piacerebbe che il comune di Milano
invece che all'expo del 2015
provasse a pensare al Seveso, all'Olona, magari alla Martesana
per consentire ai brianzoli di arrivare in città senza mezzi anfibi;



mi piacerebbe che i giornali, una volta al mese,
mi dicessero come procedono i lavori della variante di valico,
che ogni volta che la faccio vorrei avere Pecoraro Scanio
alla portata dei miei piedoni;

mi piacerebbe che un automobilista sull'autosole
potesse percepire su isoradio informazioni invece che fruscii,
per capire se gli converrà traversare Firenze da nord a sud
o rischiare l'avventura di restare in autostrada;



buon viaggio, e buon anno a tutti
a

sabato 26 dicembre 2009

Un milione di Pagine Viste ad Abbracci e pop corn

di primo


Roby

Questa è l’ultima avventura
del signor Bonaventura
che diventa –lo vedete-
testimonial della
rete.

L’occasione è da primato:
Solimano l’ha ingaggiato,
mentre a Roby va la parte
di ghost writer fatta ad arte.

Oggi in versi è celebrata
una cifra esagerata:
stanno sotto i riflettori
UN MILIONE di lettori!!!

Navigando in internèt
giungon tutti a questo set,
fans di Germi e di Fellini,
di De Sica e Rossellini.

Impazziti per la Lollo
corron qui a rotta di collo,
mentre gli ùltras di Sofia
già ne han fatto una manìa.

Schiere di navigatrici,
di Marcello ammiratrici,
veleggiando in questo porto
leggon post con gran trasporto.

Nonne, mamme, figlie e zie
per James Bond fanno follìe
e sul desktop –copia e incolla-
di lui mettono una folla.

Gli studiosi più esigenti
hanno di che star contenti:
di pellicole d’essai
chi ne vuole, qua ce n’è!

Telefilm, telenovelle,
qui trovate le più belle,
commentate con sapienza
da una squadra di gran scienza.

Qui si pensa, si riflette
e ciascun del suo ci mette
per sfornare tutt’un botto
questa perla di prodotto.

Chi, se non Bonaventura,
in codesta congiuntura
potevamo scomodare
per l’evento celebrare?

Quindi adesso il nostro amico,
con inchino all’uso antico,
ti ringrazia con calore,
MILIONESIMO lettore!!!!


P.S. Ieri, giorno di Natale, alle ore 14.25 in punto, il blog Abbracci e pop corn ha raggiunto il milione di Pagine Viste. Il tutto in due anni e mezzo. Il 20% dei visitatori provengono dall'estero, solo che mi piacerebbe che da Monza arrivassero più visite che dal Canada. Ma non si può avere tutto dalla vita. Ringrazio la mia amica Roby per aver magnificamente utilizzato l'amatissimo Signor Bonaventura di Sergio Tofano.

venerdì 25 dicembre 2009

Aggiornare l'elenco

di claudio

Qualche anno fa, quando lavoravo al Comune di Milano, mi capitò fra le mani una brochure (del 2004!), con il seguente testo:



Dal 17 agosto 2001 l’esercizio dei mestieri girovaghi non comporta più l’ottenimento del certificato di iscrizione al registro dei mestieri girovaghi ma rimane solo soggetto alla richiesta di suolo pubblico da ottenere presso il settore competente.


I mestieri girovaghi sono: custode auto, giocoliere, cenciaiolo, clown, burattinaio, saltimbanco, creatore di bigiotteria, cantastorie, madonnaro, ritrattista, produttore di scritti e disegni come opere del proprio ingegno, creatore artistico, mimo, suonatore ambulante, mangiatore di fuoco / fachiro, astrologo, artista di strada, cantante, decoratore su materiale vario, lustrascarpe, pittore, spazzacamino.


Ora pregherei i miei eventuali lettori di dirmi, di getto, quale categoria professionale inserirebbero nell'elenco che, faccio notare, comprende mestieri antichissimi.


Grazie

lunedì 21 dicembre 2009

Elogio della capacità di sintesi

di alberto

L'amico Pietro Boselli,
detto dai miei nipoti Pietro il Grande,
mi ha trasmesso un documento
che mi pare di grande interesse.
eccolo, e se non lo leggete bene
cliccateci sopra che si ingrandisce:

dopo averlo girato ai miei amici verbosi,
o a quelli che so interessati al problema
lo sottopongo anche a voi.

 mi sembra un vero esempio:
malgrado il numero cospicuo di destinatari
hanno contenuto il tutto in una pagina;
i concetti sono esposti in maniera semplice,
di comprensibilità immediata;
per ragionamenti di maggior complessità
c'è il rimando a un link
dove chi vuole approfondire
trova pane per i suoi denti.
un capolavoro

p.s.: ECF sta per European Cyclists' Federation

mercoledì 16 dicembre 2009

blow-up

di roberto

Ricevo da Mariella e volentieri propongo




Ci mancava quest'ultimo sgradevole incidente perché il clima di questo paese, già da tempo irrespirabile, diventasse mefitico. E non si può non respirarlo, perché oramai è entrato dappertutto,nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle case, persino nelle Chiese. Questo clima ha un nome, che non è quello di Copenaghen, anche se ne condivide futuribili minacce, ed ha una sua lunga storia che oggi sta indubbiamente raggiungendo l'apice nell'episodio di Piazza Duomo e nelle violente risse che si sono scatenate soprattutto nel campo dell'editoria, tra giornalisti embedded, abituati a mentire spudoratamente e giornalisti veri, pochi, ora esposti a chissà quali rappresaglie. La storia, che ricalca un codice ben preciso, si può riassumere in progressive ostensioni al POPOLO (parola magica e densa di significato): l'ostensione della RICCHEZZA, quella del CORPO, quella del SANGUE. Ora l'ultimo colpo di scena: l'ostensione del PERDONO e dell'AMORE CHE VINCE L'ODIO.
Appare evidente che il processo di santificazione si sta avvicinando alla sua conclusione. Allora, dico io, perché non risolvere il problema della sicurezza di questo santo (considerato che i 12 pretoriani 12, per quanto palestrati e minacciosi, non sono riusciti a difenderlo da una statuetta-souvenir) offrendogli una luccicante e confortevole PAPAMOBILE? Oltretutto il personaggio sarebbe al di sopra della folla e non saremmo costretti a fare faticosamente il blow-up dei fotogrammi che, così come sono, suggeriscono interpretazioni non sempre chiarificatrici dell'accaduto.

Roberto

lunedì 7 dicembre 2009

Quattro modi di essere Carmen

di primo

Stasera, alla Scala di Milano, c'è l'attesissima prima della Carmen di Bizet. Ieri sono andato in ottima compagnia ad una iniziativa intelligente (ogni tanto accadono anche cose intelligenti, incredibile dictu).
Al cinema Gnomo di Milano, in Via Lanzone, vicinissimo a Sant'Ambrogio, è stata fatta una no stop dedicata a tre film sulla Carmen.
Stamattina mi sono alzato presto ed ho fatto un post robusto su Abbracci e pop corn aggiungendo un quarto film. Il post è qui

Come immagini, inserisco le Carmen dei quattro film.

Dorothy Dandridge in "Carmen Jones (1954) di Otto Preminger

Laura Del Sol in "Carmen Story" (1983) di Carlos Saura

Maruschka Detmers in "Prénom Carmen" (1983) di Jean-Luc Godard

Julia Migenes in "Carmen" (1984) di Francesco Rosi

Roma città aperta

di roberto

Chiariamo subito. Lungo le strade di Roma tra Piazza della Repubblica e Piazza S. Giovanni non c'erano novantamila persone e neanche un milione. Il dato numerico, tutt'altro che indifferente, cede però il posto alla sensazione che qualcosa di diverso si sia manifestato e abbia scosso le fondamenta dei palazzi romani.


I giovani lì raccolti erano questa volta maggioranza e chiedevano attenzione per un paese guidato da una classe dirigente inadatta e pericolosa incapace di farsi guida ed esempio e anzi volta ad assolversi e a perpetuarsi con la violenza del ricatto politico e del controllo mafioso.

Il metodo politico divenuto metodo mafioso. I loro cachinni, i loro saltelli e la sfilata carnascialesca di fantocci con un'unica maschera rappresentata nelle sue mille variazioni sono il volto nuovo di una richiesta di cambiamento non mediata dai partiti, alcuni al seguito, altri impantanati in un tatticismo da palude, una richiesta che nasce dal web, prolungamento della voce di tutti quelli che lo vogliano.



La richiesta è di dare legalità, dignità al paese e libertà, giacché, come dice Monicelli, senza uguaglianza, giustizia sociale e diritto al lavoro non c'è libertà.

Roberto

domenica 6 dicembre 2009

Darwin e la rondine di mare

di giorgio casera


Da un paio d’anni seguo le conferenze che si tengono nell’aula magna del liceo Zucchi in occasione dei “Darwin days”, in febbraio. L’interesse che hanno suscitato mi ha spinto a conoscere meglio sia la teoria dell’evoluzione che la vita di Charles Darwin.
Perciò ho letto dapprima la sua “Autobiografia” e il propedeutico “Viaggio di un naturalista intorno al mondo”, diario di Darwin nel viaggio di quasi cinque anni a bordo del brigantino Beagle, che gli permise di effettuare quelle osservazioni che furono spunto per lo sviluppo della sua teoria.
E in seguito, grazie al prestito di Claudio di due edizioni “storiche” (1926), i due volumi “L’origine delle specie” e “L’origine dell’uomo”, volumi tanto interessanti quanto di non facilissima lettura poichè Darwin scriveva per gli addetti ai lavori.

Durante la lettura mi è tornato spesso in mente una vicenda di una ventina di anni fa quando, in estate, durante una sessione di pesca in una spiaggia della Sardegna sud-occidentale, mi capitò di prendere all’amo una rondine di mare. Evento piuttosto raro in un mare di bassi fondali sabbiosi. Non ne avevo mai visto una da vicino ma riconobbi un esemplare di quei pesci volanti che vedevo, da piccolo, dall’alto del piroscafo che andava da Cagliari a Civitavecchia, uscire dall’acqua e volare nell’aria anche per una diecina di metri.



Osservato da vicino l’animale mostrava delle caratteristiche veramente peculiari. Innanzitutto le ali, come delle grandi pinne ma con una conformazione che le rende più adatte al volo che al nuoto, simili a quelle di un uccello, ovviamente senza penne e piume, con una membrana che “tiene” la struttura ossea-cartilaginea: fanno pensare a quelle di un pipistrello. Poi il muso, tozzo, duro, schiacciato, mai visto un pesce così, forse in qualche mare tropicale. Ancora, una certa impressione mi fecero due protuberanze sotto il corpo, all’altezza delle ali, organi apparentemente inutili, e non potei fare a meno di pensare alle zampette di un uccello! Infine, la sorpresa maggiore, la rondine emetteva un verso grave e sordo ad intermittenza, come un grugnito.
Insomma un “pesce” fornito di organi di animali di altre specie.

Al proposito Darwin scriveva:
“In molti casi è al certo assai difficile anche solamente supporre, per quali gradini molti organi siano arrivati al loro stato attuale; tuttavia, considerando che le forme viventi e conosciute sono pochissime al confronto delle estinte ed ignote, sono sorpreso nel vedere, come siano rari gli organi, dei quali non si sappia indicare i gradini che ad essi conducono. E’ certamente vero che raramente o mai in un organismo compariscono di repente nuovi organi, come se fossero creati per uno scopo speciale, ciò che è anche riconosciuto dalla regola vecchia, sebbene un pò esagerata, che dice: Natura non facit saltum”.

Già, ma da dove viene, e dove va, la rondine di mare?

giovedì 3 dicembre 2009

Character assassination

di alberto
Non c'è solo Feltri per il killeraggio mediatico:
altri personaggi inquietanti si aggirano tra di noi.
sotto tiro da qualche settimana,
mi ritrovo a soffrire di una forma grave e recidiva
del complesso di Francesco Ferrucci.

per chi se n'è dimenticato,
era quel valoroso e sfortunato eroe
che mentre soccombeva
sotto i colpi di Maramaldo,
che per l'appunto
maramaldeggiava su di lui,
trovò il fiato per dirgli
non già Vile, tu uccidi un uomo morto!!!!
come riportavano i nostri sillabari
bensì tu dài a un morto!
come mi hanno riferito testimoni oculari.


il mio Maramaldo lo conoscete, si chiama Primo,
a giudicar dal turbante
forse si è un po' montato la testa;
ha anche un nome d'arte: Solimano.
si è convinto che sfasciandomi il fegato
con le sue randellate virtuali
otterrà da parte mia,
in quanto piccolo visir di queste stanze,
dove aria ne circola poca
ma soprattutto si vedono pochi guests,
prestazioni vieppiù gagliarde.





per salvare la pelle mi vedo costretto
ad implorare questi guests potenziali:
scrivete, scrivete, scrivete,
commentate, commentate, commentate .
e che Dio me la mandi buona

ac

lunedì 30 novembre 2009

Pezze da piedi (B.P.)

di roberto

Esaurito questo ulteriore ciclo di incontri ed esaurito in maniera scoppiettante resta da vedere il programma futuro della nostra associazione. Alberto chiedeva impegno ai soci per far impennare le sorti di Novaluna, constatando la facile imitabilità della formula "serata con..". Bene.

"Quali garanzie offre questo Stato per quanto attiene all'applicazione del diritto,della legge,della giustizia?Quali garanzie offre contro l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità, che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento...in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti....."Scritto trent'anni fa.

Vogliamo parlare del metodo mafioso divenuto sistema di intrapresa e di controllo ormai non solo nel sud Italia? Del potere illimitato sempre più in mano di pochi impegnati a regolare interessi propri in stretta vicinanza con figure discusse (utilizzate per l'accesso a quel potere o utilizzatrici finali di quel potere?)

Credo che il salto lo si possa fare parlando, continuando a parlare di quella che sembra essere la degradazione dello stato democratico illiberale italiano. Facendoci aiutare da chi questo tema lo tratta quotidianamente e impegnandoci a farlo diventare un laboratorio aperto a provocazioni ed esperimenti. Uscendo da questo silenzio rotto solo da poche voci distanti fra loro e messe in condizione di rimanere inascoltate. Facendo rete come si usa dire e controinformazione come si usava dire. Non c'è bisogno di utilizzare categorie del passato per sottolineare la miseria umana e morale di questo momento. Pippo Del Bono ha detto che l'Italia è un paese di merda. Sottoscrivo e aggiungo: vogliamo provare a fare qualcosa?

Roberto




sabato 28 novembre 2009

Il giorno della Civetta

di toti


Ho rivisto qualche sera fa, lo davano alla 7, Il giorno della civetta, il dignitoso – non un capolavoro – film di Damiano Damiani, basato sul notissimo romanzo di Leonardo Sciascia.

Ma non voglio parlare del film. Voglio parlare invece dell’effetto che mi ha fatto il rivederlo. L’avevo visto, il film, una quarantina d’anni fa, più o meno quand’era uscito. E dopo, solo dopo, avevo letto il romanzo.

Alle prime immagini mi è venuto il sospetto che si trattasse di un altro film, non quello di Damiani. Il primo episodio, quello dell’uccisione di Colasberna, da cui si dipana poi tutto il film, mi sembrava tutto diverso da come lo ricordavo: Colasberna veniva ucciso mentre era alla guida di un grosso camion da cantiere. Che qualcun altro, oltre a Damiani, si fosse cimentato nella trasposizione in film dello stesso romanzo?

Ma mi resi presto conto che non era così. Gli attori erano gli stessi: Franco Nero nella parte del capitano dei carabinieri, e sopratutto una giovane e bellissima Claudia Cardinale, per la verità non sempre brillantissima nella recitazione. Il film dunque era proprio quello che avevo visto a suo tempo.

Perché allora avevo avuto quell’impressione? E come mai le immagini del primo episodio – solo di quell’episodio, ché il resto corrispondeva al mio ricordo – mi sembravano diverse?

Questi interrogativi mi vennero in mente più volte durante il film, ma non riuscivo a trovare le risposte. Così, finito lo spettacolo, cercai il romanzo, e trovatolo, cominciai a leggerlo. Mi bastarono poche righe dopo l’incipit per capire. Queste:

Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con rumore di sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista – un momento – e aprì lo sportello mentre l’autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.

Ecco, era questa la scena che ricordavo dell’uccisione di Colasberna. Ma non era quella del film. Semplicemente, nella mia memoria la sequenza cinematografica era stata sostituita da quella descritta da Sciascia. Forse perché è una descrizione magistralmente breve, e proprio per questo di grande efficacia. Un vero pezzo di bravura, che in pochissime parole rappresenta la morte del malcapitato con un ralenti così straziantemente lungo che – credo – nessuna macchina da ripresa avrebbe potuto far meglio.

Scherzi della memoria.

venerdì 27 novembre 2009

Boris Pahor al Binario 7 per Novaluna

di primo

Boris Pahor

Ci sono due modi assai diffusi, di essere uomini di cultura.

Quello del grillo parlante, che ha sempre da dire la sua su tutto, che ha tutte le risposte. Che soprattutto non teme smentite: lui guarda in avanti, cosa volete che gliene freghi delle smentite dei fatti alle sue asserzioni precedenti? Lui non sbaglia mai, per definizione, è uno che, per riprendere una infelicissima frase di Pajetta, fra la verità e la rivoluzione sceglie la rivoluzione.

Quello del dubitante sistematico, privo di certezze, e ci può stare, ma privo soprattutto di voglia di certezza. Utopista, di una utopia proprio etimologica, di nessun luogo. Occhiuto sul nuovo, purché non si sia mai sentito, un nuovo però che comincia a passare di cottura già il giorno dopo. Diventa seminuovo, fra un mese lo troviamo fra i saldi di fine stagione, una stagione che però non è mai cominciata.

Per fortuna c'è il modo di cui Boris Pahor ha dato prova ieri sera al Binario 7, di fronte ad una sala affollata per la quarta conferenza di Novaluna.

Quello di esplorare le contraddizioni, perché in ogni momento storico esistono, spesso irresolubili in quel momento, ma se le cogli apri la strada a nuovi momenti con nuove contraddizioni. Ma soprattutto, quello di raccontare queste contraddizioni attraverso la testimonianza di una esistenza, la sua, lunghissima, tragica, eppure (contraddizione!) felice.

Un esempio, apparentemente il più piccolo. A Parigi, lo sappiamo, Boris Pahor lo portano in palma di mano, gran bella cosa. Eppure, ieri sera ci ha raccontato come li ha lasciati sbalorditi durante i festeggiamenti, accusandoli del difetto di francofonia a prescindere (cosa che sappiamo tutti essere vera, salvo i francesi).

Ed ha fatto rizzare le orecchie a tutti la sua visione dello sterminio nazista non solo come Shoah, ma come sterminio politico, quello che Pahor ha toccato con mano ogni giorno nei campi nazisti in cui è stato. Con gli ingegneri prigionieri politici, costretti a produrre i missili progettati dal giovane genio tecnologico di Werner von Braun (poi lavato che più bianco non si può dalla NASA), che boicottavano come potevano la produzione, magari semplicemente pisciando sulla circuiteria essenziale.

E con la storia della retorica del "Trento e Trieste". Trieste si diede agli Asburgo secoli prima, felice di darsi, perché Venezia le bloccava ogni iniziativa commerciale e marinara. Allora cominciò la crescita di Trieste.

La voglia di vivere, restando in piedi, non mettendosi distesi, nei campi di sterminio, comunque camminando facendosela addosso con la dissenteria. La furberia di riuscire a rendersi utili con un lavoro che si sapeva fare, mezzo di autodifesa e sopravvivenza. Il suo lavoro era quello di sapere parlare e scrivere benissimo in sloveno e in italiano. Anche la furberia di riuscire a sottrarsi alle torture elettriche, prendendosi solo un po' di botte. Lui non l'ha detto, ma a Trieste si usa un proverbio molto vero: "Due soldi di stupido comprano il mondo". Come il soldato Schweick di Brecht fatto da Tino Buazzelli al Piccolo di Via Rovello.

L'espropriazione della personalità fatta attraverso il cambiamento dei nomi e dei cognomi: sua moglie Radoslava divenne Francesca, la santa del giorno in cui era nata.

L'importanza dei vescovi e dei preti. Qui lo ha aiutato la presenza di Alfredo Canavero, docente di storia contemporanea alla Università di Milano. Vescovi e preti italiani e sloveni. Vescovi legati al fascio e vescovi che imparavano lo sloveno per farsi ascoltare dai fedeli sloveni.

I 12.000 prigionieri di guerra sterminati, appartenenti alla milizia anti-comunista slovena. Non erano generalmente nazisti e fascisti, ma cattolici che temevano l'ateismo. Si potevano salvare, furono abbandonati dagli anglo-americani a cui volevano consegnarsi. Figli di nessuno, anche di quel Dio in cui credevano.

Boris Pahor ha 96 anni, ogni tanto si sente, ma poco. Parla veloce, apparentemente saltando di palo in frasca. Ma è sorretto da un lucido filo conduttore, che lo rende sempre capace di sorprenderti, di farti pensare, di farti sentire la tua superficialità. Anche sul mondo di oggi. E' pienamente cosciente del fallimento del mito marxista, ma contemporaneamente sente che un nuovo equilibrio, nuove strade sono indispensabili.
Questo suo accettare le contraddizioni, esplorarle, scavarle, trovarci dentro una parziale ma feconda novità nasce dalla sua storia di vita. Profonda esperienza del mondo cattolico del primo Novecento. In particolare del personalismo comunitario di Emmanuel Mounier. Con termini più usuali, il cattolicesiomo democratico e sociale di cui Andrea Canavero è un ottimo esponente. Esperienza non rimossa, ma ampliata nel suo attuale panteismo spinoziano. Lo strordinario esserci dell'universo, che non significa un Dio personale né un Dio buono. Significa, per Boris Pahor, ogni giorno, nella sua vita concreta (compreso l'innaffiamento dell'orticello con vista sul mare), significa amare la vita con lucida passione, finché c'è. E c'è.

Grande persona. Anche ironico, malizioso, puntiglioso, ma sempre vasto e bello, nei suoi novantasei anni. Ecco la cultura come strada necessaria per tutti noi.

Trieste

P.S. Questo post è stato pubblicato anche su Stanze all'aria

lunedì 23 novembre 2009

Pittore della domenica



di gauss









Ho sempre provato fascinazione per la pittura, niente di culturalmente sofisticato, solo un ingenuo rapimento di fronte alle raffigurazioni, dalle grandi pale degli altari ai disegni di Jacovitti firmati con il mezzo salame. La pittura è arte nostra più di ogni altra, mai dimenticare che siamo stati per secoli un popolo di analfabeti colti, che le parabole del vangelo le leggevano sugli affreschi delle chiese, i miracoli dei santi sugli ex-voto esposti nelle teche e le gesta dei paladini sulle tele illustrate dei pupari. A rivelare le leggi della natura provvedeva il lunario di Barbanera mentre nei portafogli la coabitazione coatta del taccuino profumato del barbiere e del santino del patrono ad un tempo induceva e proteggeva dalle tentazioni. Ignoranza delle lettere rimediata con la comprensione delle immagini, che delle lettere sono la versione primordiale.

A un certo punto è accaduto che, oltre che avido lettore, mi sono ritrovato appassionato seppur lento e incostante scrittore. E’ accaduto perché alla Famiglia Artistica Lissonese tutte le mattine della domenica Gino Meloni, che ho già presentato in un post precedente, teneva scuola di pittura. Meloni era un artista animato da motivazioni sociali, che allora si chiamavano socialiste, considerava l’arte un fattore di elevazione culturale e morale ed era convinto che l’artista avesse un ruolo e un compito educativo cui egli stesso non voleva sottrarsi, un compito che del resto non gli spiaceva affatto, anzi, vedere che i suoi concittadini si interessavano alla sua arte era per lui la più grande gratificazione. Sentimento ricambiato. Alla scuola della Famiglia Artistica Meloni era un “profeta in patria”, circondato dall’affetto e dal rispetto di tutti. E alla scuola lui ammetteva tutti, adulti e bambini, esperti o principianti, unico requisito la curiosità e l’amore per la pittura, i presuntuosi e i superficiali li buttava fuori.</
Per dirla tutta, era una scuola per modo di dire, agli aspetti tecnici Meloni non dava importanza, nessuno l’ha mai sentito parlare di imprimitura della tela o di diluizione della tinta, di punto di fuga o di colori primari. Più che insegnare a dipingere, invogliava alla pittura. Meloni era stato uno studente irregolare, però ricordava di aver avuto un grande maestro, lo scultore Arturo Martini: “…gli altri rimanevano dentro gli schemi tradizionali, erano bravi professori. Lui no, era un’altra cosa, era un uomo vivo… Ma non era un professore, era un maestro… non sapeva insegnare, non spiegava… ma le sue parole ti scavavano dentro…”. Un giorno Meloni pronunciò quello che sarebbe diventato il manifesto della sua scuola: “…non si insegna come si dipinge un albero o una testa, ma si cerca di capire che cosa sia l’albero o la testa; poi viene il resto…”. Anche Socrate parlava così.



L'attaccamento di Meloni alla scuola fu sempre assiduo e disinteressato, la sua passione e il suo entusiasmo contagiarono più di un generazione. Non mancò un appuntamento domenicale per più di cinquant’anni, fino a quando, malato e malfermo, si adattò a stare seduto in mezzo ai suoi allievi che a turno gli portavano la loro opera per sentire la sua opinione e ricevere il suo incoraggiamento.




Tutte queste cose mi erano completamente ignote quando, essendo i miei due figli ancora bambini, un po’ per saggiare la loro inclinazione artistica, un po’ per guadagnare un paio d’ore di preziosa libertà domenicale, decisi di portarli a Lissone alla scuola di Meloni. Finì che, una volta lì, vedendomi gironzolare fra i cavalletti, qualcuno mi mise in mano i pastelli colorati…Dopo un paio di mesi i miei figli cominciarono a sbuffare “Papà, che barba, si va a pittura anche domani?”. Non ce li portai più, a dipingere con Meloni ci andai da solo, e ci vado ancora oggi che Meloni non c’è più. Sono un pittore della domenica.



Gauss



Opere riprodotte, nell'ordine:


Donna brianzola (1950)

Venezia (1954)

Brianza (1960)

Vetrine (1976)

Ritratto d'uomo (1988)

























































domenica 22 novembre 2009

Uno strumento per discutere

di alberto

Ho avuto occasione
di chiacchierare con quattro amici
soci o simpatizzanti di Novaluna,
che hanno presentato
o si riservano di presentare
proposte per i nostri incontri.

a tutti ho chiesto di farlo
attraverso questo blog,
che mi piacerebbe diventasse
la piazza del nostro paesello virtuale.

dato che le caratteristiche del blog
sono state oggetto di un ottimo post
del nostro amico Primo Casalini
e mi sembra inutile ripetere, peggiorandole,
cose già dette per bene,
non mi resta che aggiungervi il link: Provando e riprovando


venerdì 20 novembre 2009

la banda larga

di Claudio
I giornali sono pieni di articoli sulla banda larga, dopo la bocciatura da parte del governo del relativo finanziamento. In occasione dell'ultima campagna elettorale per l'elezione del sindaco di Milano avevo scritto un articolo sull'argomento per una delle liste concorrenti: l'articolo non fu pubblicato e come punizione divina per questo sgarbo quella lista perse le elezioni.
Pubblico ora l'articolo, con minime variazioni (da allora non è cambiato nulla).

MILANO DIGITALE
A rose is a rose is a rose is a rose diceva Gertrude Stein, sostenendo che obiettivo del linguaggio è portare cose e persone e parole, al di là del puro uso, ad una ”eccitante esistenza”.
E aggiungeva: la civiltà comincia con una rosa.
Noi, nel 21° secolo, potremmo dire: un impulso è un impulso è un impulso; e cosa rappresenta un impulso? (od una storia di impulsi?).
Tutto.
Il controllo della semaforizzazione, il governo dei convogli della MM, i controlli della Polizia Municipale, le misure dei livelli di inquinamento, come anche la produzione dei certificati anagrafici, la notifica delle multe, il calcolo dell’ICI, la mappa del territorio di Milano.
Ma ancora la riproduzione dei meravigliosi quadri ed affreschi di Leonardo, di Foppa, del Bergognone, la fruizione del tesoro di cultura custodito a palazzo Sormani, la registrazione degli acuti delle primedonne della Scala.

L’impulso, scomponibile in seni e coseni trigonometrici, ed in riccioluti integrali, secondo le formule di Fourier, e trasmesso analogicamente, si deforma, decade, perde buona parte del suo significato originario (addio crome e biscrome, addio delicate sfumature dei panneggi dei maestri del rinascimento, addio inflessioni che fanno riconoscere le voci amiche) e, ampliato e rigenerato diversamente a seconda dell’altezza della armonica, muta.



L’impulso digitale, rigenerato nel suo percorso sempre eguale a se stesso, non muta: un impulso è un impulso è un impulso.

L’unico nemico dell’impulso è la ristrettezza della banda, il suo miglior alleato la cristallina purezza delle fibre ottiche, veicolo ideale dalla banda teoricamente infinita.
Milano ha nel proprio sottosuolo, più di 300.000 km di fibra ottica.
Milano ha prestigiose Università dove ingegneria ed informatica sono insegnate a livello di assoluta eccellenza.
Milano dà sede a prestigiose aziende, nazionali ed internazionali, leader nei settori della informatica, dei sistemi informativi, della consulenza direzionale.
Milano ha un traffico che satura tutte le risorse viarie disponibili.
Milano ha un elevato livello di inquinamento atmosferico.
Milano ha tutte le risorse per essere un centro di turismo culturale, di ricerca scientifica, di sviluppo industriale, ma non sfrutta queste risorse.
Milano ha tradizioni altissime nel mondo dei commerci, della finanza, delle fiere, ma queste tradizioni si stanno offuscando.
Si fugge da Milano per abitare altrove, si corre a Milano per trovare lavoro qualificato.
Ed allora sfruttiamo la tecnologia (sempre come mezzo, mai come fine) per dare un contributo, parziale ma sostanziale, alla soluzione dei problemi.
E quindi smaterializziamo la carta, eliminiamo all’origine le defatiganti code agli enti pubblici, comprimiamo il tempo di attraversamento delle pratiche negli uffici comunali, usiamo notifiche elettroniche (addio a messi, fattorini, portaborse, incensieri e turibolanti).
E ancora portiamo nelle case di tutti le biblioteche, i musei, le mostre, la partecipazione ad eventi.
Ed ancora a casa di tutti le diagnosi cliniche, l’assistenza di primo intervento, la prenotazione dei servizi assistenziali.
E la cultura, la formazione permanente, la partecipazione a gruppi di interesse e di solidarietà.
Gli strumenti ci sono, c’è la cultura, ci sono anche, e soprattutto, i problemi.
Non bisogna inventare nulla.
Bisogna fare.

sabato 14 novembre 2009

L'Om selvarech

di giorgio casera


A proposito di personaggi veri (come Fra Dolcino) o leggendari (come il bandito Lasco) che hanno vissuto nelle nostre vallate alpine, sono rimasto sorpreso nel trovare, nella recente visita al Museo delle Alpi a Bard, la rappresentazione della leggenda dell’om selvarech (uomo selvatico), originata e mantenuta in uno specifico paesino delle Dolomiti sudorientali, Rivamonte Agordino (in seguito però ho saputo che anche in Valtellina esiste un personaggio analogo), confinante col paese dei miei nonni, dove ancora trascorro le vacanze in montagna.

Rivamonte è il nome amministrativo dato al Comune formato da un agglomerato di frazioni sparse sulla costa di una collina che degrada verso la Val Pettorina, dal nome del torrente che alimenta il Cordevole, affluente del Piave.
Nei secoli gli abitanti di Rivamonte hanno fatto i contadini e boscaioli, integrando quando possibile le magre risorse raccolte col lavoro di minatore in una vicina miniera di pirite attiva fino agli anni ’30 del ‘900 e i seggiolai (di sedie impagliate). Dal mondo agropastorale è nata la millenaria leggenda dell’uomo selvatico, uomo che vive nei boschi vestito di rami e di foglie e che conosce i segreti della lavorazione del latte, segreti che ha rivelato all’uomo (questo motivo è ricorrente in altre leggende di derivazione celtica).
Quando mia nonna lo citava era per fare paura a noi bambini, ma per quanto detto sopra nel paese viene considerato un “eroe positivo” e fatto diventare, dalla popolazione di Rivamonte, protagonista di un rito primaverile propiziatorio che si svolge nelle vie e nelle piazze del paese.

Secondo gli esperti di miti e leggende europee “l’albero è un simbolo cosmico, considerato un essere animato, in grado di rendere fecondi i campi, di far cadere la pioggia, di far splendere il sole. L’om selvarech, che ne è rappresentazione, incarna lo spirito della vegetazione nella delicata fase equinoziale. Rivestito di foglie e rami, si crede abbia un influsso fertilizzante sulla natura che comincia a risvegliarsi”.

Nel Centro Visitatori del Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi, ad Agordo, è stata allestita una sezione sulla figura leggendaria dell’Om selvarech.

giovedì 12 novembre 2009

la Televisiùn

di alberto

con frequenza intollerabile
ci propina ogni sera,
in ogni telegiornale,
un osceno rosario
di miserabili misirizzi.
ci frantumano i testicoli
- o le ovaie -
recitando i loro sermoncini
come le maschere
di una brutta commedia dell'arte.

per non parlare di cronaca nera,
di plastici e impronte.



a volte invece,
imprevedibilmente,

ci porta in casa
persone vere.




mi ha colpito in questi giorni
il bel viso dolente,
la pacatezza, la dignità
di Ilaria Cucchi,
sorella di quel povero Stefano,
massacrato di botte, e accoppato,
tra patrie galere,
patrii tribunali,
e paterni insulti
di ignobili sottosegretari.





mercoledì 11 novembre 2009

IN VALSESIA SULLE ORME DI FRA DOLCINO

di dario

Il mio caro amico Giorgio Crippa ha parlato su questo blog della "sua" Valsassina e io vi voglio parlare della "mia" Valsesia .
Io in Valsesia ci sono nato, nella casa di mia nonna paterna, ma colà non ho mai avuto la mia residenza anche se almeno cinque generazioni di Chiarino hanno avuto la loro culla in una frazione del Comune di Quarona che si chiama Valmaggiore, luogo in cui soggiorno diversi mesi all’anno..


Valmaggiore 


In Valsesia il turismo non è particolarmente fiorente e ciò non mi dispiace, anzi… è per questo che alcuni suoi angoli sono sfuggiti al deturpamento che la società del cemento ha realizzato in gran parte del nostro paese.
Ma vi è anche nella storia della Valsesia un personaggio che ha generato una copiosa letteratura specie all’estero e che ha indotto Umberto Eco a parlarne nel suo romanzo "Nel nome della rosa" e Dante Alighieri a riservargli qualche verso del suo Inferno:



"Or dì a fra Dolcin dunque che s'armi,
tu che forse vedrai il sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
si di vivanda, che stretta di neve,
non rechi la vittoria al noarese,
ch'altrimenti acquistar non saria leve."
DANTE ALIGHIERI - La divina commedia, Inferno XXVIII, 55-60



Il personaggio è l’eretico Fra Dolcino e la sua figura parzialmente avvolta dalla leggenda mi ha incuriosito al punto che mi sono letto diversi libri che lo riguardano1),2) e, quando avevo qualche decina d’anni meno, ho ripercorso materialmente le tappe della sua permanenza in Valsesia.
Una delle più significative di queste tappe è senz’altro il villaggio di Rassa. 3)
A Rassa si arriva con un’agevole e tortuosa strada asfaltata che inizia a salire dal fondo valle tra i paesi di Piode e di Campertogno e si accompagna al torrente Sorba tra pareti scoscese di roccia.
La sua valle è detta "Valle dei tremendi", forse per la tempra e il carattere dei suoi abitanti o forse per le vicende che hanno visto protagonisti i dolciniani.
Nel 1304, Fra Dolcino con i suoi seguaci percorse quella zona della valle alla ricerca di un posto dove fermarsi e si arroccò a Pian dei Gazzari sulla sommità della Parete Calva fra Rassa e Campertogno dove la superstizione popolare vuole che il profilo del volto di Fra Dolcino sia stato scolpito dalla natura nella roccia.



 Rassa


Chiunque giunga a Pian dei Gazzar, superando le asprezze dei sentieri che vi conducono, può rendersi conto che quello spazio può ospitare solo poche decine di uomini. E' quindi ragionevole pensare che solo il quartier generale o un semplice corpo di guardia presidiasse quel luogo e che la maggioranza (ben oltre mille) dei seguaci di Dolcino, che contava anche donne e fanciulli, dimorasse nei dintorni più a valle.
La permanenza dei Dolciniani a Rassa fu interrotta dalla mancanza di viveri derivante dall’assedio dei crociati del vescovo di Vercelli .
Da Rassa, dopo aver lasciato in Valsesia i più deboli e gli ammalati, risalì con un'epica marcia la boscosa Val Sorba innevata e attraverso il passo di Furnei scese nel Biellese e si trincerò su quello che oggi è chiamato monte Rubello sopra Trivero. Era il 7 di marzo dell'anno 1306.
Tuttavia anche nel Biellese, la stagione inclemente e la misera economia della zona resero ancora difficilissimo il vettovagliamento di tutta quella gente e costrinsero i seguaci di fra Dolcino ad operare vere e proprie razzie per non morire di fame. Ciò finì per alienare le simpatie anche di quella popolazione e per favorire la crociata bandita dal vescovo di Vercelli.
Il 13 marzo 1307, dopo una serie innumerevoli di scontri violenti e cruenti durati più di un anno, gli Apostolici furono sgominati e fra Dolcino, la sua compagna Margherita e il suo luogotenente Longino Cattaneo da Bergamo furono catturati e imprigionati in attesa del processo e dell'inevitabile supplizio.
Le memorie di un anonimo sincrono e le cronache dell'inquisitore Bernard Gui, un frate predicatore di origine tolosana, sono le fonti da cui si può conoscere, oltre alla dottrina e alla vicenda di Dolcino, i particolari raccapriccianti della sua fine, avvenuta il 1 giugno 1307 sotto le tenaglie infuocate di un boia che lo fece a brandelli su un carro che percorreva le vie di Vercelli e ne arse i miseri resti su un rogo eretto sulle rive del torrente Cervo.
Margherita e Longino arsero anch'essi sul rogo. Nessuno di essi abiurò la propria fede.
Riprendendo a parlare di Rassa e della Valsesia, è ancora possibile ritrovare intatti e immutati, per chi ripercorre i sentieri e risale i monti che videro l'odissea dolciniana, gli scenari naturali di quel dramma che hanno contribuito ad alimentare attraverso i secoli la leggenda e l'immaginazione popolare.
Chi vi parla, avendo ripercorso gran parte di quei sentieri e di quelle valli, ha potuto rendersi conto delle enormi difficoltà che quella gente dovette vincere per raggiungere e valicare quel passo nella loro marcia che, invece della salvezza, approdò al suplizio e alla morte..
 
Links e bibliografia

1) - ORIOLI RANIERO, Fra Dolcino - Nascita, vita e morte di un'eresia medioevale, Europía, Novara 1993.
2) - SOGNO EDGARDO, La croce e il rogo - Storia di fra Dolcino e Margherita, Mursia, Milano 1995.
3) - http://www.rassavalsesia.com/site/


martedì 10 novembre 2009

Avventure in biblioteca (2)

di primo


Alla Biblioteca di Lissone c'è un'ottima sala multimediale. Me ne sono dovuto servire perché il PC mi ha lasciato a piedi per venti giorni, in cui mi sono aggirato per Monza, fra l'ospitalità di amici e Internet Point scomodi e cari.
Poi ho cominciato ad andare a Lissone, perché di certe cose ti accorgi solo quando ti servono. Conclusione: ho potuto lavorare agevolmente su PC quasi nuovi di pacca, il costo orario era meno della metà di quello degli Internet Point e potevo andarmene quando mi pareva, perché il sistema memorizza il tempo pagato ma non ancora utilizzato. Il giorno dopo avevo quel credito automaticamente a mia disposizione.

Però non sono tutte rose e fiori. Un giorno, parlando con una impiegata, le dissi che sarebbe stato interessante far sapere che Abbracci e pop corn, il mio blog sul cinema, si regge essenzialmente sui prestiti gratuiti dei DVD della Biblioteca di Lissone. Mi ha guardato come se le avessi chiesto una cosa scorretta e mi ha detto: "Guardi che siamo un servizio pubblico!" Ora, col blog non ci guadagno una lira, non c'è neppure la pubblicità. E' un posto ad alte visite e a detta di tutti ha aspetti culturalmente interessanti (pittura, musica, letteratura etc), i visitatori non vengono certo per compiacenza o ricerche strane. Non ho insistito. Mi sono reso conto che non era colpa sua, ma di una diffusa mentalità che privilegia la libretta regolamentare rispetto al servizio inteso proprio come servizio.

Un giorno, trovandomi a Monza in Piazza Trento e Trieste, decisi di passare dalla Biblioteca Civica (di fianco allo Zucchi) in cui non ero mai andato per i DVD (andare a Lissone mi è più comodo per i minori problemi di parcheggio). Ho scoperto due cose che non mi sarei mai aspettato:
1. Alla Biblioteca Civica di Monza la grande prevalenza ce l'hanno le videocassette VHS, che oggi non interessano più quasi nessuno (a meno che non si tratti di film non ancora disponibili su DVD). E questo ci può stare, anche se sarebbe bene che si aggiornassero.
2. A prescindere dal supporto (VHS o DVD), i film non li danno a prestito, ma assegnano una postazione a chi vuol vedere quel film, con tutte le scomodità conseguenti. Anche in questo caso è inutile stare a discutere. Se dopo Lissone e la Civica di Monza, andassi nelle Biblioteche di Giussano o di Desio, scoprirei probabilmente regolamentazioni ancora diverse.


P.S. Le immagini. Richiami iconografici al Pisanello nel film "Giulietta e Romeo" (1954) di Renato Castellani.

sabato 7 novembre 2009

Quiz a premi: chi sa cos'è? perché si chiama così?

di alberto


siete richiesti
di analizzare
questo oggetto,








il prodotto,
progettato chiaramente
in epoca déco,















ha un nome.
come si chiama?
perché?